L’olio che racconta il Sannio: a Pietrabbondante il paesaggio diventa economia - Osservatore Sannita su Zona Rossa WebTv

 


L’incontro del 10 ottobre riporta al centro il patrimonio olivicolo del Molise e il modello del Parco dell’Olivo di Venafro. Una ricchezza antica che oggi deve confrontarsi con cambiamenti climatici, frammentazione produttiva e nuovi mercati

di Domenico Rotondi

Ci sono prodotti agricoli che appartengono a un mercato e altri che, prima ancora di arrivare sul mercato, raccontano la storia di una comunità. L’olio del Sannio appenninico e della terra molisana appartiene a entrambe le dimensioni: è produzione, reddito e lavoro, ma è anche paesaggio, biodiversità e testimonianza di un rapporto secolare fra l’uomo e la terra.

Da questa consapevolezza muove l’incontro «Olio sannita e paesaggio. Il valore di un territorio», in programma sabato 10 ottobre, alle ore 17, nella Sala consiliare del Comune di Pietrabbondante. L’iniziativa, organizzata dal Comune in collaborazione con l’Ente Parco Regionale Storico Agricolo dell’Olivo di Venafro, il Gal Molise Rurale e Città dell’Olio del Molise, pone una questione che supera i confini di un convegno dedicato a un prodotto tipico: comprendere in quale modo l’olivicoltura possa concorrere allo sviluppo delle aree interne.

Dopo i saluti del sindaco Claudino Casciano, interverranno Paola Moscardino, presidente del Gal Molise Rurale; Claudio Papa, presidente di Coldiretti Molise; Fabio Iannucci, presidente dell’Ente Parco Regionale Storico Agricolo dell’Olivo di Venafro e coordinatore regionale di Città dell’Olio del Molise; Riccardo Terriaca, presidente di Confcooperative Molise, e il tecnologo alimentare Paolo Paolucci. Modererà Luigi Antenucci, consigliere comunale di Pietrabbondante. La conclusione sarà affidata a una degustazione di pane e olio.

La scelta di Pietrabbondante assume un significato preciso. Il territorio comunale rientra nella zona di produzione dell’olio extravergine DOP Molise, il cui disciplinare individua, tra le cultivar principali, Aurina o Licinia, Gentile di Larino, Oliva nera di Colletorto e Leccino. È la dimostrazione di come l’olio possa diventare uno dei fili capaci di ricucire territori che le divisioni amministrative hanno separato, ma che storia, agricoltura e paesaggio continuano a tenere insieme.

Il modello di Venafro

In questa prospettiva, il Parco Regionale Storico Agricolo dell’Olivo di Venafro rappresenta molto più di un riferimento simbolico. Istituito dalla Regione Molise nel 2008, tutela un territorio nel quale l’olivicoltura ha contribuito nei secoli a modellare il paesaggio e l’identità della comunità. La reputazione dell’olio venafrano, del resto, non nasce da una moderna operazione promozionale: attraversa le fonti dell’antichità, da Catone a Varrone, da Orazio a Plinio il Vecchio. Nel 2018 il paesaggio olivicolo del Parco è stato inoltre iscritto nel Registro nazionale dei Paesaggi rurali storici.

L’esperienza di Venafro suggerisce un principio essenziale: tutelare un paesaggio agricolo non significa trasformarlo in un museo, ma mantenerlo produttivo. Un oliveto coltivato genera reddito, conserva biodiversità, contribuisce alla cura del suolo e può sostenere turismo rurale, cultura e ristorazione. Quando viene abbandonato, non si perde soltanto una produzione: si indebolisce un intero sistema territoriale.

È questo il passaggio decisivo anche per l’olivicoltura molisana. Il patrimonio storico e la qualità del prodotto costituiscono una base importante, ma da soli non garantiscono il futuro della filiera.

Secondo ISMEA, la campagna olivicola italiana 2025-2026 si è chiusa con una produzione di circa 325 mila tonnellate. Il comparto nazionale comprende circa 620 mila aziende e oltre 4.200 frantoi attivi, mentre l’olivicoltura interessa più di un milione di ettari. Sono numeri che confermano il peso economico del settore, ma che convivono con problemi strutturali, a partire dalla frammentazione produttiva e dalla necessità di rafforzare l’aggregazione tra gli operatori.

Per i piccoli territori appenninici il problema è ancora più evidente. La qualità rischia di non trasformarsi in reddito adeguato quando le aziende rimangono isolate, i costi crescono e la capacità contrattuale nei confronti della distribuzione resta debole. Occorrono, perciò, reti tra produttori, cooperazione efficiente, innovazione nei frantoi, certificazione, promozione comune e una strategia commerciale capace di spiegare perché un olio legato a cultivar autoctone e a un paesaggio storico possieda un valore diverso da quello di una merce indistinta.

A queste difficoltà si aggiunge la crescente instabilità climatica. Temperature elevate, siccità e crescente scarsità d’acqua incidono direttamente sulle coltivazioni e impongono all’agricoltura mediterranea di adattare tecniche e strumenti senza rinunciare alla propria identità. Anche per questo la biodiversità diventa una risorsa economica, oltre che ambientale. La banca regionale del germoplasma conserva varietà come Aurina di Venafro, Gentile di Larino, Nera di Colletorto, Paesana Bianca e Rosciola di Rotello: nomi che raccontano territori e che possono contribuire alla riconoscibilità dell’olio molisano sui mercati.

Dalla bottiglia al territorio

Il punto, allora, è passare dalla vendita dell’olio alla valorizzazione del territorio che lo produce.

Agricoltura, frantoi, ristorazione, ospitalità diffusa, educazione alimentare, percorsi naturalistici e patrimonio culturale possono concorrere alla costruzione di un’unica proposta territoriale. Pietrabbondante possiede, sotto questo profilo, una forza particolare: uno dei luoghi più rappresentativi della civiltà sannitica può mettere in relazione la propria straordinaria eredità archeologica con il paesaggio rurale contemporaneo, senza forzature e senza trasformare la storia in un semplice strumento pubblicitario.

Il modello venafrano indica una direzione: riconoscere nel paesaggio agricolo un patrimonio economico oltre che ambientale. È una prospettiva importante soprattutto nelle aree interne, dove tutela e sviluppo vengono ancora troppo spesso rappresentati come esigenze contrapposte.

Non lo sono necessariamente. Un oliveto curato produce olio e conserva il paesaggio; un paesaggio riconoscibile accresce l’attrattività di un territorio; un territorio attrattivo può generare economia; un’economia radicata nei luoghi può contribuire a mantenere vive le comunità.

Naturalmente, nessun automatismo garantisce questo risultato. Servono programmazione, professionalità, cooperazione fra produttori, ricerca, capacità commerciale e continuità istituzionale. Ma il Sannio appenninico e il Molise possiedono già la materia prima più difficile da costruire artificialmente: un’identità agricola autentica e riconoscibile.

Per questo il pane e l’olio con i quali si concluderà l’incontro di Pietrabbondante assumono un significato che va oltre la degustazione. Nella loro essenzialità racchiudono una questione molto moderna: restituire valore economico a ciò che per secoli ha dato forma al paesaggio.

Nel cuore dell’antico Sannio, l’olio può così rappresentare non soltanto la memoria di una civiltà agricola, ma anche una delle risorse con cui immaginare il futuro delle comunità appenniniche. 







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