Dove comincia il vino: il Sannio, la memoria e il futuro nel racconto di Vittorio Vallone - Osservatore Sannita
La Via Italiana del Vino attraversa paesaggi, vite e tradizioni di una terra plurimillenaria. Un viaggio letterario nel quale la cultura della vite diventa una riflessione sul lavoro, sull'identità e sul destino delle comunità appenniniche.
di Domenico Rotondi
Il vino comincia molto prima della bottiglia. Comincia nella terra, nelle mani che la lavorano, nelle stagioni che si susseguono e nella memoria delle generazioni che hanno trasformato un paesaggio naturale in un patrimonio di civiltà. È questa l'intuizione dalla quale prende forma La Via Italiana del Vino, il libro con cui Vittorio Vallone, giornalista e imprenditore profondamente legato al Sannio, accompagna il lettore alla scoperta di una delle regioni storiche più suggestive dell'Appennino meridionale.
Il titolo potrebbe far pensare a un itinerario enologico, a una ricognizione delle produzioni vitivinicole o a un repertorio di eccellenze locali. Vallone sceglie invece una strada diversa. Il vino costituisce il filo conduttore di un racconto che attraversa luoghi e persone, raccoglie testimonianze, restituisce dignità alla fatica quotidiana e interroga il rapporto fra una comunità e la propria storia. La sua scrittura non si limita a descrivere il Sannio: cerca di comprenderlo attraverso coloro che continuano ad abitarlo.
L'autore muove da una domanda apparentemente semplice: dove comincia davvero il vino? La risposta prende forma attraverso un progressivo ritorno alle origini, sintetizzato in uno dei passaggi più significativi del volume: «dal vino alla vite, e poi, dalla vite alla terra, e ancora, dalla terra alla persona e dalla persona alla storia».
In questa successione risiede la chiave interpretativa dell'opera. La vite non è soltanto una coltivazione, né il vino rappresenta esclusivamente il risultato di un processo produttivo. Entrambi appartengono a una vicenda collettiva, nella quale l'economia agricola si intreccia con la storia delle famiglie, con le conoscenze tramandate, con le trasformazioni sociali e con il sentimento di appartenenza.
Il Sannio che emerge dalle pagine di Vallone possiede la profondità di una storia plurimillenaria, ma non viene rappresentato come un museo all'aperto. Le colline coltivate, i vigneti, i sentieri, gli antichi insediamenti e le tradizioni popolari compongono un paesaggio che conserva le tracce delle civiltà succedutesi nel tempo. La sua identità, tuttavia, non appartiene soltanto al passato. Continua a prendere forma attraverso il lavoro di chi vi abita, ne conosce le caratteristiche naturali e affronta quotidianamente la responsabilità di custodirle.
Da Torrecuso a Paupisi, da Benevento a Sant'Agata de' Goti, da Castelvenere a Cerreto Sannita, fino a Guardia Sanframondi, Solopaca e Telese Terme, il viaggio procede attraverso incontri che restituiscono alla geografia una dimensione umana. I luoghi acquistano significato quando diventano parte delle esperienze di coloro che li vivono.
Mino conosce i vigneti attraverso una familiarità che supera l'osservazione del paesaggio. Dove un visitatore distingue soltanto filari ordinati, chi coltiva riconosce l'età delle piante, le caratteristiche del terreno, le difficoltà delle stagioni e gli interventi necessari a preservare la qualità del raccolto. Libero custodisce una memoria fatta di persone, case, campagne e vicende familiari. Marco introduce la complessità della partenza e del ritorno, ricordando che ritrovare le proprie origini non significa recuperare immutato il mondo che si era lasciato.
Attraverso Anna, Carmine e gli altri protagonisti affiorano la continuità familiare, le responsabilità dell'impresa, le difficoltà del mercato e la necessità di coniugare qualità produttiva e sostenibilità economica. Maria, con la sua esperienza legata alla ceramica, estende la riflessione alla sapienza artigiana, mentre Giampiero restituisce alla vendemmia il significato di un lavoro condiviso. Patrizia, infine, richiama il valore di un'ospitalità che nasce dalle consuetudini autentiche di una comunità, anziché da una rappresentazione costruita esclusivamente per il visitatore.
Vallone lascia parlare le esperienze senza trasformarle in figure folcloristiche. È una scelta narrativa importante, perché sottrae il Sannio a quella rappresentazione superficiale delle aree interne che ne celebra la bellezza, ma spesso trascura le condizioni materiali della loro esistenza.
La campagna, nelle pagine del libro, non è un semplice scenario naturale. È il risultato di un rapporto secolare fra ambiente e presenza umana. L'ordine dei vigneti, la cura dei terreni, la manutenzione dei percorsi rurali e la continuità delle attività agricole raccontano un'opera collettiva che nessuna descrizione paesaggistica potrebbe esaurire.
Dietro ogni filare si riconoscono il lavoro, l'attesa e la capacità di affrontare l'incertezza. Coltivare la vite significa investire nel tempo, accettare i rischi delle stagioni e confidare in risultati che non possono essere immediati. Significa soprattutto assumere una responsabilità nei confronti della terra ricevuta e di quella che sarà consegnata alle generazioni successive.
Per questa ragione acquistano particolare intensità le pagine dedicate all'abbandono delle campagne. Vallone osserva vigneti non più curati, strutture rurali che perdono progressivamente la loro funzione e percorsi sui quali si interrompe la presenza quotidiana dell'uomo. «Le campagne sono piene di assenze», scrive, condensando in poche parole una trasformazione che investe l'intera società appenninica.
L'abbandono di un terreno non comporta soltanto la cessazione di un'attività economica. Può determinare la perdita di conoscenze, pratiche agricole, relazioni familiari e consuetudini che avevano assicurato per generazioni la continuità della vita rurale. Quando viene meno chi conosce e custodisce un luogo, anche il paesaggio comincia a cambiare.
È qui che La Via Italiana del Vino supera definitivamente la dimensione del racconto enologico e assume il valore di una riflessione civile.
Vallone non indulge nella nostalgia di un mondo contadino idealizzato. Sa che la memoria, da sola, non produce sviluppo e che l'attaccamento alle proprie origini non può trasformarsi nell'obbligo di rinunciare alle opportunità offerte altrove. La permanenza delle nuove generazioni richiede condizioni concrete: reddito, servizi pubblici, assistenza sanitaria, collegamenti, formazione, innovazione, accesso ai mercati e prospettive professionali.
Non si può chiedere a un giovane di custodire un paesaggio sacrificando il proprio futuro. Occorre, piuttosto, creare le condizioni affinché quel paesaggio possa continuare a essere abitato, coltivato e trasformato responsabilmente.
Il libro affronta così una delle contraddizioni più profonde dell'Italia contemporanea. Le aree appenniniche vengono frequentemente celebrate per il loro patrimonio ambientale, storico e culturale, mentre incontrano difficoltà crescenti nel conservare popolazione, attività produttive e servizi essenziali. Il rischio è che la loro bellezza diventi oggetto di contemplazione proprio mentre si indeboliscono le comunità che l'hanno costruita e preservata.
La riflessione suggerita da Vallone conduce allora a una distinzione decisiva: la vite appartiene alla coltura, ma il rapporto che una comunità costruisce intorno a essa appartiene alla cultura.
È cultura la conoscenza dei terreni, delle esposizioni e delle stagioni. È cultura la capacità di riconoscere il momento della potatura, di interpretare i mutamenti del clima e di trasmettere un mestiere attraverso l'esperienza. È cultura la vendemmia intesa come occasione di collaborazione, nella quale il lavoro conserva una dimensione sociale che supera il singolo risultato produttivo.
Questa sapienza antica non coincide con l'immobilità. Le tradizioni sopravvivono quando riescono a confrontarsi con le trasformazioni della società senza perdere il proprio significato. Innovare, dunque, non equivale a recidere le radici, così come custodire la memoria non significa rifiutare il progresso.
La stessa profondità storica del Sannio acquista, in tale prospettiva, una dimensione viva. Le testimonianze materiali delle civiltà antiche convivono con le credenze popolari, i racconti tramandati, i mestieri e le pratiche quotidiane. Anche il riferimento alle janare contribuisce a restituire l'immaginario attraverso il quale le comunità hanno interpretato il mondo e trasmesso la propria identità.
Il passato non rimane confinato nei monumenti o negli archivi. Continua a manifestarsi nei gesti, nelle parole e nelle conoscenze di chi lavora.
A questa lettura si collega una questione che riguarda direttamente il futuro dei territori appenninici. Se il paesaggio costituisce il risultato di una relazione storica fra comunità e ambiente, la sua tutela non può essere ridotta alla sola conservazione estetica. Richiede il riconoscimento del valore economico e sociale delle attività che ne assicurano la continuità.
È anche da questa consapevolezza che nasce una necessaria riflessione critica sulle logiche speculative contemporanee. Quando il territorio viene considerato esclusivamente in funzione della rendita immediata, si rischia di trascurare ciò che non può essere misurato soltanto attraverso il prezzo: la qualità della vita, l'equilibrio ambientale, la memoria collettiva e la possibilità delle comunità locali di decidere del proprio futuro.
Questa considerazione rappresenta una conseguenza civile della lettura, più che una tesi politica esplicitamente sostenuta dall'autore. Il libro offre infatti gli elementi per comprendere come la difesa del Sannio non possa esaurirsi nella denuncia della svendita dei territori ai piccoli e grandi interessi speculativi. Deve tradursi nella capacità di sostenere chi vi lavora, produce ricchezza, custodisce il paesaggio e investe in attività compatibili con la sua identità.
La risposta più concreta all'abbandono e al consumo indiscriminato del territorio è rappresentata proprio dalle persone che Vallone incontra lungo il suo itinerario. Agricoltori, imprenditori, artigiani e custodi delle tradizioni dimostrano quotidianamente che la conservazione del patrimonio appenninico non dipende soltanto dalle dichiarazioni di principio, ma dalla possibilità di continuare a viverlo.
Il valore del libro risiede anche nella consapevolezza del ruolo della narrazione. Vallone, forte della propria esperienza giornalistica, comprende che un territorio ha bisogno di raccontarsi per non lasciare ad altri il compito di definirne l'identità. Scrive, a questo proposito, che «un territorio che non riesce a raccontarsi rischia di essere raccontato da altri».
È un'affermazione che assume particolare significato nell'epoca della comunicazione turistica e della competizione fra destinazioni. Raccontare il Sannio significa renderne riconoscibili le qualità, ma anche rappresentarne le difficoltà senza occultarle dietro immagini rassicuranti. Nessuna strategia promozionale può sostituire il lavoro agricolo, la solidità delle imprese o la presenza di servizi adeguati.
La comunicazione acquista credibilità quando nasce dalla realtà e ne rispetta la complessità.
Anche il vino, del resto, può diventare uno strumento di apertura verso il mondo senza perdere il rapporto con il luogo d'origine. Una bottiglia che raggiunge mercati lontani porta con sé molto più di un prodotto: richiama un paesaggio, una storia produttiva, un insieme di competenze e il lavoro delle persone che l'hanno resa possibile.
Nel corso del viaggio, la bottiglia assume così il significato di un archivio della memoria. Vi si raccolgono simbolicamente le stagioni, le partenze, i ritorni, le scelte imprenditoriali, le difficoltà e le speranze di una comunità. Il vino diventa il risultato visibile di una vicenda umana che lo precede e gli conferisce identità.
Questa capacità di unire la dimensione individuale a quella collettiva costituisce il risultato più convincente della scrittura di Vallone. L'autore non pretende di esaurire la conoscenza del Sannio e non propone un'immagine definitiva della sua identità. Al contrario, lascia intendere che ogni incontro apra nuove possibilità di scoperta e che ogni luogo custodisca storie ancora da ascoltare.
Il racconto procede con il passo di chi sa osservare, ma soprattutto con la disponibilità di chi riconosce negli altri i veri depositari dell'esperienza. Il giornalista raccoglie le voci, lo scrittore le dispone lungo un itinerario e il lettore viene progressivamente condotto oltre la superficie dei paesaggi, fino a riconoscere la vita che li anima.
Alla fine, la domanda iniziale ritorna con un significato più profondo. Dove comincia davvero il vino?
Comincia nel momento in cui qualcuno decide di affidare alla terra il proprio lavoro e una parte del proprio futuro. Nella pazienza di chi coltiva, nella responsabilità di chi tramanda, nel coraggio di chi ritorna e nella libertà di chi sceglie di restare.
La Via Italiana del Vino merita attenzione perché non si limita a celebrare la bellezza del Sannio. Ricorda che quella bellezza è il risultato di una storia collettiva e che la sua sopravvivenza dipenderà dalla capacità di garantire continuità alle comunità che ancora la rendono possibile.
La vera ricchezza di una terra non consiste soltanto in ciò che produce, ma nelle persone che continuano a darle vita.



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