Uomini e lupi, oltre la paura. La convivenza possibile passa dalla conoscenza - Osservatore Sannita su Zona Rossa WebTv

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A Bojano la riflessione promossa dal Rotary Club Campobasso con Corradino Guacci sottrae il lupo alle contrapposizioni ideologiche. Il ritorno del predatore racconta le trasformazioni dell'Appennino e pone una questione decisiva: tutelare la biodiversità senza lasciare soli allevatori e comunità rurali

di Domenico Rotondi

Il lupo non è soltanto un animale selvatico. Nell'immaginario europeo è stato, per secoli, paura e leggenda, nemico e simbolo, presenza reale e costruzione culturale. Pochi animali hanno attraversato con altrettanta forza la storia delle comunità rurali, fino a diventare protagonisti di racconti nei quali la realtà biologica si è spesso confusa con il mito.

Da questa complessità ha preso le mosse l'incontro «Uomini e lupi tra natura e cultura, tra mito e realtà», svoltosi il 3 settembre a Palazzo Colagrosso, a Bojano, per iniziativa del Rotary Club Campobasso e con il patrocinio del Comune. A sviluppare il tema è stato Corradino Guacci, studioso e naturalista, presidente della Società italiana per la storia della fauna «Giuseppe Altobello».

La scelta di Bojano non è stata casuale. Lo ha chiarito il presidente del Rotary Club Campobasso, Domenico Coloccia, spiegando che l'appuntamento non voleva rappresentare «semplicemente una trasferta del Club di Campobasso», ma riconoscere l'appartenenza a quell'area del Matese che alimenta il Molise di «bellezza, cultura e salute ambientale». Una prospettiva che assegna all'iniziativa un significato più ampio: non soltanto divulgazione naturalistica, dunque, ma riflessione sul rapporto tra comunità, ambiente e trasformazioni della modernità.

Coloccia individua, infatti, nel tema del lupo l'occasione per richiamare la necessità di un «nuovo Umanesimo» ambientale, capace di recuperare dal passato gli strumenti utili a interpretare criticamente alcuni effetti della modernità sul clima e sulla società. Particolarmente efficace è l'immagine scelta dal presidente rotariano, che considera la presenza del lupo un «termometro di un ecosistema»: un indicatore che riporta inevitabilmente in primo piano anche il ruolo dell'uomo nel proprio habitat.

È su questo crinale che la relazione di Guacci assume particolare rilievo. La storia del lupo italiano è anche la storia delle trasformazioni dell'Appennino e del modo, spesso contraddittorio, con cui l'uomo ha regolato nel tempo il proprio rapporto con la fauna selvatica.

Secondo la ricostruzione proposta dal naturalista, la ripresa della popolazione del lupo appenninico (Canis lupus italicus), divenuta evidente dagli anni Ottanta, è stata favorita da una pluralità di fattori. Alla progressiva protezione normativa della specie si è accompagnata una maggiore disponibilità di prede, determinata anche dai ripopolamenti di ungulati effettuati a fini venatori e dalla diffusione di altre specie capaci di offrire ulteriori risorse alimentari.

La prospettiva storica consente di sottrarre il problema alle semplificazioni. Il lupo, perseguitato per lungo tempo e condotto nel Novecento verso una condizione estremamente critica, ha progressivamente riconquistato territori. Il primo monitoraggio nazionale della popolazione, condotto tra il 2020 e il 2021 e pubblicato nel 2022, ha restituito — ricorda Guacci — una stima di circa 3.300 esemplari. Lo studioso ritiene che oggi quel numero sia superiore e ipotizza persino che possa essere significativamente maggiore. È una sua valutazione, non il risultato di un nuovo censimento nazionale; proprio per questo, Guacci invita a non trasformare l'incremento della popolazione nella rappresentazione allarmistica di una presunta «invasione».

La ragione è anzitutto ecologica. Una popolazione di predatori apicali non può crescere indefinitamente: incontra il limite della capacità portante del territorio, dipende dalla disponibilità delle risorse alimentari e risente della territorialità dei nuclei familiari. A questi fattori, osserva Guacci, si aggiungono meccanismi di autoregolazione che, quando un territorio raggiunge la propria capacità portante, incidono sulla natalità e sulla mortalità giovanile.

È un passaggio essenziale, perché consente di riportare la discussione dal terreno della paura a quello della conoscenza.

Sarebbe, tuttavia, altrettanto sbagliato invocare la tutela della biodiversità ignorando le difficoltà delle attività zootecniche. Proteggere il lupo non significa lasciare soli gli allevatori; difendere la pastorizia non significa tornare alla persecuzione del lupo. Tra questi due estremi si apre lo spazio della buona amministrazione, della ricerca scientifica e della prevenzione.

Guacci indica una strada concreta. Le risorse pubbliche dovrebbero sostenere maggiormente gli allevatori nell'adozione di strumenti di difesa attiva e passiva: cani da guardiania, presenza del pastore sui pascoli, recinzioni adeguate, ricovero notturno del bestiame, ove possibile, e sistemi di dissuasione. Lo studioso ritiene inoltre che dovrebbe essere consentito il prelievo degli esemplari che, abituandosi a frequentare i centri abitati, manifestino comportamenti anomali e un'eccessiva confidenza nei confronti delle persone. Parallelamente, occorrerebbe rendere inaccessibili le fonti alimentari di origine antropica, gestire — o, laddove possibile, eliminare — la presenza dei cinghiali nei centri abitati e custodire adeguatamente gli animali d'affezione, soprattutto nelle ore notturne.

È un'impostazione che evita due errori speculari: demonizzare il predatore o idealizzarlo.

L'avvistamento di un lupo nei pressi di un'area antropizzata non può essere automaticamente assunto come prova di un'emergenza; allo stesso modo, una predazione subita da un allevatore non può essere liquidata come un inconveniente marginale da chi non ne sostiene direttamente il costo economico. La credibilità di una politica ambientale si misura proprio nella capacità di tenere insieme queste due esigenze.

La questione, soprattutto nel Matese e nell'Appennino centro-meridionale, supera dunque la sorte di una singola specie. Riguarda il destino delle aree interne, la crisi demografica, l'abbandono dei pascoli, la permanenza degli allevatori, la gestione dei boschi e la conservazione di ecosistemi nei quali l'uomo vive e opera da millenni.

È forse questo il significato più profondo del richiamo di Coloccia a un nuovo umanesimo ambientale. La natura non può essere pensata contro l'uomo, così come l'uomo non può continuare a considerarsi estraneo agli equilibri della natura. Il lupo diventa allora non soltanto un indicatore biologico, ma anche la cartina di tornasole della nostra capacità di governare il territorio senza ridurlo né a spazio da sfruttare né a museo immobile.

Bojano, porta del Matese e luogo nel quale la relazione tra comunità e montagna conserva una dimensione concreta, ha rappresentato, perciò, una sede particolarmente significativa per affrontare una questione che riguarda non soltanto la conservazione della fauna, ma il futuro stesso dell'Appennino.

Per secoli abbiamo tentato di eliminare ciò che ritenevamo incompatibile con le esigenze umane. Oggi commetteremmo l'errore opposto se immaginassimo una natura astratta, separata dalle donne e dagli uomini che continuano ad abitarla, coltivarla e custodirla. La convivenza non consiste nel negare il conflitto, ma nel governarlo attraverso conoscenza, prevenzione e responsabilità.

Tra il lupo delle favole e quello tornato sulle montagne dell'Appennino esiste, dunque, uno spazio che non può essere occupato né dalla paura né dall'ideologia. È lo spazio nel quale devono incontrarsi scienza, responsabilità pubblica e tutela delle comunità.

Quello spazio appartiene alla conoscenza.

Convivere non significa rinunciare a governare il rapporto tra uomo e natura; significa imparare a farlo senza comprometterne gli equilibri e senza sacrificare le comunità che continuano a presidiare quei territori.














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