Riccia, dove l’uva diventa memoria. Una festa che racconta l’Appennino sannita - Osservatore Sannita su Zona Rossa WebTv

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Dall’11 al 14 settembre la 94ª edizione della storica manifestazione molisana. Carri allegorici, sapori, musica e riti collettivi trasformano per quattro giorni la memoria contadina in identità condivisa e prospettiva di futuro

di Domenico Rotondi

Ci sono feste che appartengono al calendario e altre che finiscono per appartenere alla storia di una comunità. La Festa dell’Uva di Riccia rientra nella seconda categoria, non soltanto perché attraversa quasi un secolo di vicende locali e nazionali, ma soprattutto perché ha saputo trasformarsi senza recidere il legame con la civiltà contadina dell’Appennino sannita.

Dall’11 al 14 settembre Riccia celebrerà la 94ª edizione di una manifestazione nata nei primi decenni del Novecento e profondamente rinnovata nel corso del tempo, fino a trovare nei carri allegorici la propria espressione più riconoscibile. Non semplici elementi scenografici, dunque, ma opere collettive nelle quali confluiscono mesi di lavoro, abilità artigianale, creatività e conoscenze tramandate di generazione in generazione.

È probabilmente questo il significato più profondo della Festa dell’Uva: una comunità che non si limita a rappresentare la propria tradizione, ma continua a viverla.

Dietro ogni carro ci sono persone, famiglie, gruppi di amici e volontari. Ci sono mani che costruiscono, compongono, decorano e trasformano grappoli, tralci e materiali legati alla cultura rurale in immagini capaci di raccontare il paese. La competizione conserva il proprio peso spettacolare, ma fermarsi alla gara sarebbe riduttivo. Il valore autentico risiede nel lavoro condiviso che la precede, nella capacità di ritrovarsi intorno a un progetto comune e di trasmettere ai più giovani un patrimonio che non potrebbe sopravvivere soltanto negli archivi.

In un’Italia interna che continua a confrontarsi con lo spopolamento, l’invecchiamento demografico e la progressiva rarefazione dei servizi, manifestazioni come quella di Riccia assumono così un significato che supera l’intrattenimento. La tradizione diventa una forma di resistenza culturale, purché non si riduca a nostalgia o a semplice rappresentazione folcloristica.

Riccia sembra averlo compreso. La festa mette insieme vino ed enogastronomia, musica e artigianato, dimensione religiosa e cultura popolare, centro storico e paesaggio rurale. Soprattutto, continua a mettere insieme le persone.

Il programma di quest’anno restituisce con chiarezza questa pluralità. Venerdì 11 settembre saranno protagonisti il laboratorio creativo dedicato ai bambini, il confronto Dalla vite alla tavola e I Luoghi del Gusto, percorso di degustazione nel centro storico. In serata Piazza Sedati ospiterà la musica dei Singin’ Woods e della Fruit Joy Big Band.

Sabato 12 sarà invece la giornata del Trekking dei carri, occasione per avvicinarsi ai cantieri nei quali prendono forma le opere destinate alla sfilata. Seguiranno il confronto dedicato alle tradizioni, il Palio delle botti, la processione della Madonna del Rosario, la celebrazione religiosa e, in serata, il concerto del Canzoniere Grecanico Salentino.

Sarà tuttavia domenica 13 settembre il giorno in cui Riccia mostrerà il volto più spettacolare della propria festa. Dopo la passeggiata storico-culturale e il matinée musicale alla Torre, alle 14 prenderà il via la sfilata dei carri allegorici dal Santuario del Carmine.

È quello il momento nel quale mesi di preparazione entreranno finalmente nello spazio pubblico. I carri avanzeranno e, insieme con essi, tornerà simbolicamente a muoversi un mondo fatto di vendemmie, attrezzi agricoli, gesti quotidiani, cucine domestiche, musica e convivialità. Il passato non sarà semplicemente evocato: verrà reinterpretato attraverso il linguaggio e la sensibilità di chi oggi continua a costruire quelle opere.

Ed è proprio qui che la manifestazione trova la propria forza. L’uva diventa materia narrativa. Non è soltanto un prodotto della terra, ma un elemento attraverso il quale una comunità rappresenta se stessa.

La festa proseguirà domenica sera con la musica in Piazza Sedati e si concluderà lunedì 14 con la premiazione dei carri. Gli stand gastronomici accompagneranno l’intera manifestazione, confermando il legame fra cultura popolare, produzioni locali e convivialità.

Limitare, però, la Festa dell’Uva alla sola dimensione enogastronomica significherebbe non comprenderne fino in fondo la natura. Il vino e il cibo costituiscono una parte importante del racconto, ma dietro di essi resiste qualcosa di più profondo: il senso di appartenenza.

Nelle aree interne dell’Appennino, dove la modernità ha spesso significato partenze più che arrivi, conservare una tradizione non equivale a chiudersi nel passato. Può significare, al contrario, trovare nelle proprie radici gli strumenti per costruire una presenza contemporanea. Cultura, turismo sostenibile, paesaggio, produzioni locali e recupero dei centri storici possono diventare parti dello stesso progetto soltanto quando esiste una comunità disposta a riconoscersi in esso.

Per questo il lavoro del Comitato, della Pro Loco, dell’Amministrazione comunale, dei carristi e dei tanti volontari assume un valore che oltrepassa l’organizzazione dei quattro giorni di settembre. Preparare la festa significa custodire un patrimonio immateriale e, nello stesso tempo, renderlo accessibile a chi arriva da fuori.

Riccia offre così una lezione che riguarda l’intero Appennino sannita: un territorio rimane vivo quando riesce a trasformare la memoria in partecipazione e la tradizione in responsabilità collettiva.

Domenica, quando i carri torneranno a percorrere le strade del paese, non sfileranno soltanto grappoli d’uva, colori e scene della civiltà rurale. Sfileranno generazioni diverse, un patrimonio di conoscenze e la volontà di una comunità di continuare a riconoscersi nella propria storia.

Ed è forse questa, dopo novantaquattro edizioni, la ragione più autentica per cui la Festa dell’Uva continua ad avere qualcosa da raccontare: Riccia non celebra semplicemente ciò che è stata. Attraverso la propria memoria, continua a dire ciò che vuole essere. 










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