Monti Azzurri e Campobasso, la cultura che nasce dai territori - Osservatore Sannita su Zona Rossa WebTv
La candidatura dei Monti Azzurri a Capitale italiana della Cultura 2029 rilancia il valore dei borghi e delle aree interne attraverso la sinergia tra quindici Comuni. Campobasso porta nella stessa sfida la forza e l’antica eredità del Sannio. Due esperienze diverse, unite da una visione: restituire centralità ai territori dell’Appennino.
di Domenico Rotondi
Ci sono candidature che contano non soltanto per il traguardo al quale aspirano, ma anche per il messaggio che riescono a trasmettere. Quella dell’Unione Montana dei Monti Azzurri a Capitale italiana della Cultura 2029 appartiene a questa categoria: non propone una singola città, ma un territorio che sceglie di presentarsi unito.
L’Unione Montana figura, insieme a Campobasso, tra le realtà che hanno manifestato interesse per il titolo nazionale. Il dato, tuttavia, racconta soltanto una parte della storia. L’aspetto più significativo dell’esperienza marchigiana risiede nella capacità di quindici Comuni di costruire una proposta comune, mettendo in relazione borghi, paesaggio, patrimonio storico, tradizioni e comunità.
È un’idea che parla all’intero Appennino.
Per troppo tempo le aree collinari e montane sono state raccontate quasi esclusivamente attraverso le loro fragilità: spopolamento, marginalità, distanza dai grandi centri. I Monti Azzurri provano a rovesciare la prospettiva. Il territorio non è una periferia da assistere, ma una risorsa da organizzare. La cultura diventa così uno strumento di coesione e sviluppo, capace di collegare identità, paesaggio, economia locale e buona amministrazione.
Qui emerge la forza dell’esperienza marchigiana: i piccoli Comuni, quando collaborano, acquistano una capacità progettuale che difficilmente potrebbero raggiungere procedendo separatamente.
Fare sistema non significa cancellare le identità municipali, ma metterle in rete. Ogni borgo conserva la propria storia e, nello stesso tempo, la inserisce in una dimensione più ampia. È la differenza tra uniformare un territorio e unirne le energie.
La candidatura dei Monti Azzurri supera così i confini regionali e pone una questione di carattere nazionale. La cultura italiana non appartiene soltanto alle grandi città. Vive nei paesi, sulle colline e lungo la dorsale appenninica, dove secoli di storia hanno costruito un patrimonio nel quale ambiente, comunità e presenza umana rimangono profondamente intrecciati.
C’è soprattutto un merito da riconoscere agli amministratori coinvolti: avere compreso che la cooperazione istituzionale può diventare una concreta politica di sviluppo territoriale. Le alleanze tra Comuni producono risultati quando riescono a superare campanilismi e protagonismi per perseguire obiettivi condivisi. È questa capacità di fare sistema a rendere significativa l’esperienza dei Monti Azzurri, indipendentemente dall’esito della selezione.
Nella stessa corsa c’è Campobasso. E qui, da sanniti, il coinvolgimento assume inevitabilmente un significato particolare.
Il capoluogo molisano porta con sé un’eredità antichissima, della quale Monte Vairano rappresenta una delle testimonianze più importanti. Il grande insediamento del Sannio pentro, sviluppatosi soprattutto tra il IV e il III secolo a.C., è stato finora soltanto parzialmente indagato.
Ed è proprio qui che l’orgoglio deve lasciare spazio anche alla critica.
Un patrimonio archeologico di questa rilevanza avrebbe meritato, nel corso del tempo, una continuità delle campagne di scavo, della ricerca e della valorizzazione commisurata alla sua importanza. Gli interventi realizzati e quelli programmati devono essere riconosciuti, ma non cancellano una domanda che le istituzioni regionali e nazionali sono chiamate ad affrontare: perché un centro sannitico di tale consistenza è ancora soltanto parzialmente conosciuto?
La questione assume un rilievo ancora maggiore se si considera ciò che le indagini archeologiche hanno già restituito. Le strutture e i materiali rinvenuti testimoniano rapporti di ampio raggio e restituiscono l’immagine di un Sannio tutt’altro che marginale o isolato, inserito nelle relazioni economiche e culturali dell’Italia e del Mediterraneo antico.
La domanda, allora, diventa inevitabile: quanto altro rimane da scoprire a Monte Vairano?
Proprio ciò che è già emerso rende difficile accettare una ricerca priva della continuità che un sito di tale importanza richiede. Gli interventi avviati rappresentano un segnale significativo, ma occorre una strategia stabile, capace di garantire continuità agli scavi, alla ricerca scientifica, alla conservazione e alla fruizione.
Monte Vairano non può essere considerato soltanto un patrimonio locale. Appartiene alla storia del Sannio e, attraverso di essa, a quella dell’Italia antica. Conoscerlo meglio significa comprendere una civiltà che ebbe un ruolo determinante nella formazione storica della penisola e che ancora oggi non occupa, nel racconto pubblico nazionale, lo spazio che la sua importanza meriterebbe.
La candidatura di Campobasso a Capitale italiana della Cultura 2029 può rappresentare anche questa occasione: riportare Monte Vairano al centro dell’attenzione. Non per celebrare retoricamente il passato, ma per continuare a cercarlo sotto terra, studiarlo, proteggerlo e restituirlo alla conoscenza collettiva.
Monti Azzurri e Campobasso raccontano così due esperienze diverse, riconducibili alla stessa geografia dell’Italia interna. Da una parte, quindici Comuni marchigiani mostrano quanto possa diventare forte un territorio quando le amministrazioni decidono di progettare insieme; dall’altra, Campobasso porta nella competizione l’eredità del Sannio e un patrimonio archeologico la cui conoscenza può ancora riservare pagine decisive.
Agli amministratori dei Monti Azzurri va riconosciuto il merito di avere costruito una sinergia concreta, trasformando quindici realtà locali in un progetto condiviso. È questa una delle sfide decisive per l’Appennino: meno protagonismi, più cooperazione; meno isolamento, maggiore capacità di fare sistema.
Da sanniti, naturalmente, il nostro più convinto in bocca al lupo va a Campobasso. Ma l’augurio porta con sé anche una richiesta alle istituzioni: Monte Vairano non aspetti ancora. Le campagne di scavo proseguano con continuità, programmazione e risorse adeguate, perché ciò che è già emerso dimostra quanto sia importante continuare a riportare alla luce una parte essenziale della storia del Sannio e dell’Italia antica.
Le due candidature consegnano, infine, un messaggio che supera i rispettivi confini regionali: le aree interne non devono trasformarsi in città per conquistare centralità. Devono avere la forza di riconoscersi, organizzarsi e costruire insieme il proprio futuro.



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