Dare speranza, custodire l’umano - Osservatore Sannita su Zona Rossa WebTv

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A Guardia Sanframondi l’undicesimo incontro di spiritualità e politica. Sindaci e amministratori sanniti si sono confrontati sulla Magnifica Humanitas di Leone XIV, sull’intelligenza artificiale e sul futuro delle aree interne. Al centro, la necessità di ricostruire relazioni, ridurre le disuguaglianze e restituire fiducia alle comunità

di Domenico Rotondi

La cosa più urgente è dare speranza alla gente. Non una speranza astratta o consolatoria, ma la capacità concreta di restituire alle persone fiducia nel futuro, ricostruendo legami, responsabilità e appartenenza.

È stato questo il filo conduttore dell’undicesimo incontro di spiritualità e politica, che si è svolto ieri sera nell’Aula consiliare di Guardia Sanframondi. Promossa dal Laboratorio per la felicità pubblica e dal Comune, in collaborazione con Base Benevento e Argomenti2000, l’iniziativa ha riunito sindaci e amministratori sanniti intorno al tema «Custodire l’umano nelle nostre comunità», prendendo spunto dalla Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV.

Il confronto ha posto una questione che supera i confini del Sannio: come preservare la centralità della persona mentre l’intelligenza artificiale modifica il lavoro, l’informazione, le relazioni e il modo stesso di interpretare la realtà?

Nelle conclusioni, don Matteo Prodi, direttore della Scuola di Impegno socio-politico della Diocesi di Cerreto Sannita-Telese-Sant’Agata de’ Goti, ha sottolineato il valore dell’incontro tra persone accomunate dalla vocazione alla politica e ha indicato una priorità: dare speranza alla gente. Una speranza cristiana, ma anche laica e civile, capace di tradursi nella responsabilità verso gli altri e nella riscoperta di valori etici e principi morali che possano orientare il cammino individuale e comunitario.

Prodi ha osservato che l’intelligenza artificiale non si limita ad accelerare processi già esistenti, ma apre uno spazio nuovo, destinato a produrre una trasformazione paragonabile, per profondità, a quella determinata dalla scrittura. Proprio per questo, di fronte a un cambiamento di tale portata, occorre mantenere viva l’attenzione su ciò che appartiene propriamente all’uomo.

Verità, libertà e lavoro diventano così terreni decisivi sui quali misurare il rapporto tra innovazione e dignità della persona. La domanda, dunque, non riguarda soltanto ciò che la tecnologia sarà capace di fare, ma ciò che l’uomo riterrà giusto affidarle.

Da qui l’invito rivolto agli amministratori a creare occasioni nelle quali le persone possano tornare a vivere insieme. L’incontro faccia a faccia conserva un valore insostituibile, soprattutto in una società nella quale la moltiplicazione delle connessioni digitali non sempre coincide con una maggiore qualità delle relazioni. Altrettanto significativo è stato il richiamo a disarmare il linguaggio, sottraendo il confronto pubblico alla contrapposizione permanente.

Ettore Rossi, coordinatore e fondatore del Laboratorio per la felicità pubblica, nell’introdurre il senso dell’iniziativa si è detto soddisfatto della sinergia costruita tra i sindaci sanniti, che non hanno fatto mancare il proprio sostegno a un momento di confronto concepito come occasione di rinascita civile e comunitaria. La sfida, emersa durante la serata, consiste nel comprendere la nuova realtà senza cadere nella contrapposizione tra «apocalittici» e «integrati»: né rifiuto pregiudiziale della tecnologia, dunque, né adesione acritica alle sue possibilità.

È soprattutto nei piccoli Comuni che questa riflessione acquista concretezza, perché qui le trasformazioni sociali diventano immediatamente percepibili e la politica conserva ancora la possibilità di conoscere il volto delle persone.

Giuseppe Addabbo, sindaco di Molinara, ha evidenziato la necessità di ricucire un tessuto sociale fin troppo logorato dalle divisioni e dalle ingiustizie registratesi nel passato. Ricostruire una comunità significa, in questa prospettiva, recuperare la capacità di coltivare rapporti umani autentici, riscoprendo il valore della semplicità come elemento essenziale della convivenza.

Non si tratta, tuttavia, di rimpiangere un mondo che non esiste più. Anche nei piccoli paesi sono cambiati i rapporti familiari, le forme della partecipazione e le aspettative delle nuove generazioni. Custodire l’umano significa comprendere queste trasformazioni senza rassegnarsi all’indebolimento dei legami sociali.

Nino Lombardi, sindaco di Faicchio e presidente della Provincia di Benevento, ha ricondotto il confronto al significato più profondo della conoscenza e dell’approfondimento, intesi come presupposti indispensabili di una politica capace di comprendere la complessità del presente. Una politica che, proprio perché fondata sulla conoscenza, deve recuperare la propria funzione di luogo del confronto e non dello scontro, privilegiando il dialogo e la capacità di misurarsi con posizioni differenti rispetto alla sterile contrapposizione. È anche attraverso questa disposizione all’ascolto che le istituzioni possono tornare a interpretare i bisogni delle comunità e a costruire risposte condivise.

Sulla stessa linea si è collocato Raffaele Di Lonardo, sindaco di Guardia Sanframondi, che ha auspicato il moltiplicarsi di occasioni analoghe, ricordando come il lavoro dei sindaci non possa ridursi a quello di semplici «amministratori di condominio». Governare una comunità significa certamente programmare opere e servizi, ma anche interpretarne i bisogni, ricomporre le divisioni e costruire una prospettiva condivisa.

Di Lonardo, soffermandosi sulle programmazioni destinate ai territori, ha inoltre richiamato l’attenzione sulle crescenti disuguaglianze e ha espresso una valutazione critica sulla rimodulazione del PNRR, osservando come uno strumento concepito per favorire crescita e coesione rischi, a suo giudizio, di accentuare la frammentazione delle aree interne. È un tema che investe direttamente i piccoli Comuni, chiamati a confrontarsi con criteri quantitativi che possono penalizzare territori nei quali la ridotta consistenza demografica non corrisponde affatto a una minore rilevanza sociale, culturale e ambientale.

È questo uno dei punti centrali emersi dal confronto: le aree interne non possono essere governate soltanto attraverso la logica dei numeri. Un paese non coincide con il numero dei suoi abitanti. È presidio del territorio, patrimonio culturale, paesaggio, economia, memoria e rete di relazioni.

Gli interventi degli amministratori hanno posto in questa prospettiva anche la necessità di coinvolgere maggiormente i giovani nella gestione del bene comune. Non basta chiedere alle nuove generazioni di restare. Occorre creare le condizioni perché possano partecipare, assumere responsabilità e considerare i propri territori non soltanto luoghi dai quali partire, ma comunità nelle quali sia ancora possibile progettare il futuro.

La collaborazione tra i Comuni diventa allora una necessità. La voce dei sindaci delle aree interne acquista forza quando diventa corale, superando competizioni istituzionali che finiscono per indebolire territori già esposti allo spopolamento e alla progressiva riduzione dei servizi.

L’intelligenza artificiale rende questa responsabilità ancora più evidente. Quanto più crescerà la capacità delle macchine di elaborare informazioni e di svolgere attività finora affidate all’uomo, tanto più sarà necessario interrogarsi su ciò che nessun algoritmo potrà garantire da solo: la responsabilità morale, la cura, la relazione e la capacità di riconoscere l’altro come persona.

È questo, in fondo, il significato più profondo dell’incontro di ieri sera a Guardia Sanframondi. Custodire l’umano significa ricucire ciò che si è diviso, ridurre le disuguaglianze, recuperare la semplicità dei rapporti, coinvolgere i giovani e restituire alle comunità la capacità di immaginare insieme il proprio futuro.

La tecnologia potrà cambiare gli strumenti attraverso i quali viviamo, lavoriamo e comunichiamo. Non potrà, però, decidere quale società intendiamo costruire.

Quella responsabilità rimane nostra.

Ed è forse proprio da qui che può ripartire la speranza: dalla capacità di tornare a guardarci negli occhi e di riconoscere nell’altro non un numero, una funzione o un costo, ma una persona con la quale condividere il destino di una comunità. 






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