Guardia Sanframondi, dal commercio dei cuoi alla stagione del Barocco

 



Tra Sei e Settecento la prosperità alimentata dalla Corporazione dei Cuoiari contribuì a creare le condizioni per una straordinaria fioritura culturale. Le opere di Paolo De Matteis, quelle riferite a Francesco Narici e la pittura di Pietro Bardellino raccontano una comunità appenninica capace di inserirsi nelle grandi correnti economiche e artistiche del Mezzogiorno

di Domenico Rotondi


Prima dell’arte vennero il lavoro, il commercio e la capacità di costruire relazioni oltre i confini dell’entroterra. Per comprendere la stagione culturale che Guardia Sanframondi visse tra Sei e Settecento occorre partire dalla sua economia e, in particolare, dal ruolo assunto dalla Corporazione dei Cuoiari, protagonista di una rete mercantile che collegò il Sannio appenninico a territori e mercati molto più lontani.

Un antico itinerario commerciale attraversava Guardia Sanframondi, Pontelandolfo, Morcone, Santa Croce del Sannio, Riccia e Gambatesa, fino a raggiungere Manfredonia, importante approdo per gli scambi fra Oriente e Occidente. Lungo quella direttrice circolavano merci e uomini, mentre si consolidava una capacità imprenditoriale che contribuì in maniera determinante alla prosperità della comunità guardiese.

Una testimonianza del 1652 attribuita a de Guidi restituisce efficacemente la dimensione raggiunta dall’attività conciaria. Guardia vi è descritta come una terra resa famosa e prospera dalla lavorazione delle suole e dei cuoi, con una parte rilevante della cittadinanza dedita al commercio e dotata di proprie case in diverse località del Regno. Lo stesso documento riferisce inoltre di rapporti con mercanti bosniaci, ragusei, livornesi e inglesi, nonché con operatori provenienti dalla Barberia e da Alessandria d’Egitto.

Il dato consente di leggere sotto una luce diversa la storia guardiese. Guardia non era un centro appenninico ripiegato su se stesso, ma partecipava a circuiti economici capaci di mettere in relazione l’entroterra meridionale con il Mediterraneo. La ricchezza generata dalla lavorazione e dal commercio dei cuoi alimentò una società dinamica, nella quale l’iniziativa economica si accompagnò anche a forme di solidarietà, come attestò l’esperienza del Monte dei Pegni.

Quella prosperità non rimase confinata alla dimensione materiale. Una comunità che commerciava, accumulava risorse e intratteneva rapporti con realtà lontane disponeva anche degli strumenti necessari per ampliare i propri riferimenti culturali. Il lavoro generò ricchezza; la ricchezza alimentò la capacità di committenza; la committenza rese possibile una stagione artistica di particolare rilievo.

È all’interno di questo processo che il patrimonio guardiese acquista il suo significato più profondo.

De Matteis e la grande pittura napoletana

Tra i maggiori protagonisti emerge Paolo De Matteis, pittore cilentano formatosi nell’orbita di Luca Giordano e successivamente entrato in rapporto con la cultura romana. La sua presenza a Guardia non si esaurì in un episodio occasionale: le opere documentate testimoniano una relazione articolata con la committenza locale e consentono ancora oggi di seguirne l’evoluzione stilistica.

Particolarmente significativa è l’Annunciazione, olio su tela datato 1693 e destinato alla chiesa dell’Annunziata, l’Ave Gratia Plena. La firma e la data, tornate leggibili dopo il restauro, hanno consentito di riconoscervi una delle prime testimonianze certe della presenza di De Matteis a Guardia Sanframondi.

La composizione conserva il respiro della lezione giordanesca, ma lascia emergere una ricerca di maggiore equilibrio. La Vergine, inginocchiata, accoglie l’annuncio dell’Arcangelo Gabriele, mentre la luce, gli angeli e il movimento dei panneggi costruiscono una scena nella quale la teatralità barocca si coniuga con la chiarezza del racconto religioso.

Nell’opera si avverte inoltre il passaggio fra differenti culture figurative: all’eredità di Luca Giordano si affianca un progressivo avvicinamento alla compostezza di Carlo Maratta, maturato anche attraverso l’esperienza romana. È proprio questa capacità di mediare fra energia barocca e ordine compositivo a costituire uno degli aspetti più interessanti della pittura di De Matteis.

Ancora più eloquente appare il rapporto dell’artista con la chiesa di San Sebastiano, dove operò in un contesto segnato anche dalla presenza di Domenico Antonio Vaccaro. Qui tele, affreschi e apparati decorativi costituirono un vero programma culturale, nel quale devozione religiosa e rappresentazione collettiva si incontrarono. Alle spalle di quella stagione vi era anche la forza economica della corporazione legata alla lavorazione delle pelli: la prosperità prodotta dal lavoro poté così trasformarsi in committenza e lasciare una duratura testimonianza artistica.

Alla fase più matura di De Matteis appartiene il San Gennaro tra san Filippo Neri e san Bonaventura da Bagnoregio, destinato all’altare di San Gennaro nella chiesa di San Rocco. San Gennaro domina la composizione in atteggiamento benedicente, mentre gli altri santi completano un impianto nel quale la funzione religiosa dell’immagine prevale sull’esuberanza spettacolare.

La scelta iconografica rimanda anche al clima promosso dal cardinale Vincenzo Maria Orsini, arcivescovo di Benevento e futuro papa Benedetto XIII, con il quale De Matteis intrattenne rapporti personali. In quella temperie culturale l’arte sacra era chiamata a essere comprensibile e riconoscibile, capace di comunicare direttamente con i fedeli. La pittura non svolgeva quindi una funzione puramente ornamentale, ma diventava anche strumento di formazione religiosa.

Analoga attenzione merita il Riposo durante la fuga in Egitto, nel quale la narrazione acquista una maggiore pacatezza compositiva. Giuseppe, Maria e il Bambino sono inseriti in una scena in cui la dimensione sacra si avvicina a quella affettiva e familiare, consentendo all’artista di misurarsi con una religiosità meno solenne e più intimamente umana.

Al vertice di questo itinerario si colloca il Trionfo di San Rocco, grande pala destinata all’omonima chiesa e indicata dalla tradizione critica come una delle testimonianze più significative della maturità del pittore presenti nel territorio guardiese. Il santo domina una composizione articolata nella quale il movimento ascensionale, il contrasto fra sofferenza terrena e gloria celeste e l’uso della luce traducono visivamente il significato salvifico della scena.

È il Barocco nella sua vocazione più autentica: rendere percepibile l’invisibile attraverso la forza dell’immagine.

Narici e Bardellino, l’altro volto del Settecento guardiese

Accanto a De Matteis, Francesco Narici e Pietro Bardellino ampliano la geografia culturale del patrimonio guardiese e dimostrano come il rapporto con la pittura napoletana non si sia esaurito nella presenza di un solo maestro.

Nel caso di Narici, pittore di origine genovese inseritosi nell’ambiente napoletano e legato alla cultura solimenesca, è tuttavia indispensabile mantenere la prudenza richiesta dalle stesse schede storico-artistiche, poiché alcune attribuzioni restano formulate con riserva.

Tra queste figura il San Paolo, nel quale l’apostolo occupa quasi interamente lo spazio pittorico. La torsione del volto, i lineamenti marcati e il mantello rosso ne accentuano la presenza monumentale. Il libro delle Lettere richiama la missione apostolica, mentre la spada rimanda al martirio: l’iconografia concentra così in pochi elementi l’identità e la vicenda del santo.

Ancora più problematica è l’identificazione del tondo tradizionalmente indicato come San Martino, anch’esso riferito con cautela a Narici. La presenza della palma del martirio e, soprattutto, del leone ha indotto a formulare l’ipotesi che il personaggio rappresentato possa essere San Vito. Le perdite della superficie pittorica impediscono conclusioni definitive; proprio per questo il dipinto costituisce un caso esemplare di quanto iconografia, analisi stilistica e stato conservativo debbano concorrere alla lettura critica di un’opera.

A Narici viene inoltre riferita la Madonna con Bambino tra San Nicola di Bari e Sant’Ignazio di Loyola. La Vergine e il Bambino occupano il registro superiore, mentre i santi sono disposti nella parte inferiore secondo una gerarchia immediatamente leggibile. San Nicola è riconoscibile attraverso il libro e le tre palle auree; sant’Ignazio rivolge invece lo sguardo verso la Vergine e il Bambino, stabilendo un rapporto spirituale con il centro sacro della composizione.

Con Pietro Bardellino, allievo di Francesco De Mura, il percorso entra in una fase più avanzata della cultura figurativa settecentesca. La tela con Sante Lucia, Apollonia e Agata, databile secondo la scheda fra il 1765 e il 1778 circa, mostra un linguaggio nel quale la tradizione tardobarocca tende verso soluzioni più eleganti e decorative.

Le tre martiri sono riconoscibili attraverso i rispettivi attributi: Lucia reca il piattino con gli occhi e la palma; Apollonia è accompagnata dalle tenaglie che ricordano il supplizio dei denti; Agata conserva il riferimento iconografico alla propria vicenda agiografica. La violenza del martirio viene tuttavia trasfigurata attraverso il colore, la disposizione delle figure e l’atmosfera celeste. La sofferenza non scompare, ma viene ricondotta a una dimensione di glorificazione.

La compresenza di autori, linguaggi e generazioni differenti restituisce così la misura della fioritura culturale di Guardia Sanframondi. De Matteis, Narici e Bardellino appartengono a esperienze diverse, ma le opere presenti nel centro sannita documentano la continuità di una committenza capace, nel corso del tempo, di rivolgersi ad artisti collegati ai maggiori ambienti figurativi del Mezzogiorno.

Una comunità dentro la storia del Mezzogiorno

Le tele oggi conservate nelle sale espositive del palazzo municipale, provenienti dagli edifici religiosi cittadini, consentono di leggere una vicenda molto più ampia della semplice successione di opere e autori.

Dietro ogni dipinto emergono una chiesa, una devozione, una corporazione, una scelta economica e una rete di relazioni. Emergono soprattutto i rapporti con Napoli e Benevento e quella circolazione di uomini, merci, modelli e idee che rende riduttivo considerare i piccoli centri appenninici come realtà marginali nella costruzione della storia artistica italiana.

Guardia non fu periferica nella geografia economica del Meridione d'Italia. 

La sistemazione museale offre oggi la possibilità di osservare le tele da vicino, confrontarne i particolari e riconoscerne le differenti matrici stilistiche. Rimane tuttavia indispensabile ricostruirne i contesti originari, perché una pala d’altare nasce in rapporto con un’architettura, una liturgia e la comunità alla quale era destinata.

Anche gli strumenti digitali possono contribuire a restituire queste relazioni, purché la tecnologia non sostituisca l’esperienza dell’opera, ma ne favorisca la comprensione.

È proprio qui che la vicenda economica dei Cuoiari e quella artistica tornano a ricongiungersi. L’antica direttrice commerciale che metteva in comunicazione il Sannio con il Molise e la Puglia dimostra quanto la crescita di un territorio potesse dipendere dalla capacità di costruire reti. La prosperità economica creò le condizioni perché una parte delle risorse prodotte dal lavoro potesse tradursi in committenza religiosa e culturale.

Tra Sei e Settecento Guardia Sanframondi riuscì così a dialogare con alcuni dei linguaggi più significativi dell’arte meridionale. Le opere di Paolo De Matteis, quelle riferite a Francesco Narici e la pittura di Pietro Bardellino costituiscono ancora oggi la testimonianza concreta di quella stagione.

Non sono soltanto dipinti da conservare. Sono documenti di una società che seppe trasformare la propria vitalità economica in cultura e affidare alla bellezza una parte della propria memoria.

Conservarli significa tutelarne la materia; studiarli significa comprenderne la storia; renderli accessibili e intelligibili significa restituire a Guardia Sanframondi la consapevolezza di una delle stagioni più feconde della propria vicenda civile e culturale. 


#Link #Monumenti #aperti #in #città, #agosto2026 

Il 22 e 23 agosto alla scoperta della bellezza di Guardia

Guardia Sanframondi, 21 agosto 2026 — Nel prossimo fine settimana, sabato 22 e domenica 23 agosto, quanti raggiungeranno Guardia Sanframondi avranno la possibilità di visitare gratuitamente alcuni tra i luoghi più significativi dello straordinario patrimonio artistico e culturale della cittadina sannita.

L’iniziativa, promossa dall’Amministrazione comunale in collaborazione con le associazioni civiche del territorio, si avvarrà dell’ausilio delle guide turistiche professionali Linda Garofano e Domenico Garofano, nonché dell’assistenza dei volontari di Sannio Cuore, dell’Associazione culturale Togo Bozzi e del sodalizio «La Wàrdia Bbélla».

Sarà proposto un vero e proprio itinerario alla scoperta dei luoghi d’arte di Guardia Sanframondi, concepito per restituire ai visitatori il valore storico, artistico e identitario di un patrimonio che conserva testimonianze di epoche e linguaggi differenti.

Il percorso prenderà avvio dalla Pinacoteca comunale, prezioso scrigno di arte e storia, per poi proseguire verso il Castello dei Sanframondo, con una tappa nella pregevole chiesa di San Sebastiano, autentico gioiello del barocco campano. L’itinerario attraverserà inoltre la storica Piazza Castello, raggiungerà i suggestivi giardini pensili dell’antico maniero normanno e consentirà di ammirare il portale rinascimentale, recentemente restituito alla comunità guardiese.

La Pinacoteca custodisce opere d’arte del XVII e XVIII secolo, testimonianze di una stagione di particolare prosperità economica, artistica e culturale, durante la quale Guardia Sanframondi conobbe un significativo sviluppo sotto la guida della potente corporazione dei Cuoiari, che favorì gli scambi commerciali e culturali con diversi luoghi del bacino mediterraneo.

Nelle raccolte sono conservate anche le opere che Paolo De Matteis eseguì per tre chiese di Guardia Sanframondi, insieme a opere di Domenico Antonio Vaccaro e a sculture di Paolo Bardellino e Francesco Narici. Si tratta di testimonianze di una stagione artistica che contribuì a fare degli edifici religiosi guardiesi significativi esempi del barocco campano.

Il Museo Civico conserva, inoltre, un prezioso esemplare di orologio del Sellaroli, maestro orologiaio originario di Guardia Sanframondi: un’ulteriore testimonianza di una tradizione locale nella quale arte, tecnica e capacità artigianale hanno lasciato tracce di particolare interesse.

Accanto al patrimonio storico, gli spazi museali accolgono anche ragguardevoli opere d’arte contemporanea del maestro Ernesto Pengue, scultore guardiese di fama nazionale, in un ideale dialogo tra la memoria artistica del passato e i linguaggi della contemporaneità.

Le visite guidate si svolgeranno sabato 22 e domenica 23 agosto, con due partenze giornaliere: alle ore 10.30 per l’itinerario del mattino e alle ore 18.30 per quello pomeridiano. Sabato collaboreranno all’accoglienza l’Associazione culturale Togo Bozzi e Sannio Cuore; domenica saranno impegnati l’Associazione culturale Togo Bozzi e il sodalizio «La Wàrdia Bbélla».

L’iniziativa offrirà così a cittadini e visitatori un’occasione per conoscere Guardia Sanframondi attraverso i suoi luoghi d’arte, riscoprirne la storia e riconoscere nel patrimonio culturale uno degli elementi più profondi dell’identità della comunità.

Custodire la bellezza significa conoscere la storia e consegnarla al futuro. 

Monumenti aperti in città - Video promozionale



Commenti