Sepino, quando la memoria diventa cura - Osservatore sannita su zona Rossa WebTv

 


Al Museo del Matese, giovedì 20 agosto, l’incontro promosso da Sepino nel Cuore APS nell’ambito della rassegna “Una birra con…”. Il geriatra, gerontologo e psicologo clinico Mino Dentizzi presenta Ti ricordo io, un libro che racconta l’Alzheimer attraverso le persone che lo vivono e coloro che, ogni giorno, se ne prendono cura.

C’è un momento, nel decorso dell’Alzheimer, in cui ricordare non appartiene più soltanto alla persona che ha vissuto una storia. Diventa un compito condiviso, affidato a chi resta accanto, riconosce un volto, custodisce un nome e continua a tenere insieme i fili di un’esistenza che la malattia tende progressivamente a disperdere.

È in questo spazio fragile, nel quale medicina e umanità inevitabilmente si incontrano, che si colloca Ti ricordo io – Storie di Alzheimer, di cure e amore quotidiano, il libro di Mino Dentizzi, al centro dell’appuntamento in programma giovedì 20 agosto, alle ore 18, al Museo del Matese di Sepino.

L’iniziativa, promossa dalla sezione Cultura di Sepino nel Cuore APS nell’ambito della rassegna “Una birra con… – incontri con scienziati, scrittori, musicisti”, porta al centro del confronto pubblico una questione che riguarda la medicina, ma che inevitabilmente oltrepassa i suoi confini: il rapporto tra malattia, identità, affetti e dignità della persona.

Dentizzi, geriatra, gerontologo e psicologo clinico, trasferisce nel volume l’esperienza maturata in quarant’anni di attività professionale accanto alle persone affette da demenza. Sceglie, tuttavia, di rinunciare al linguaggio specialistico. Non costruisce un trattato sulla malattia né consegna al lettore un repertorio di nozioni cliniche. Cerca piuttosto di osservare l’Alzheimer dall’interno, attraverso lo sguardo di chi lo vive e di chi, giorno dopo giorno, impara a confrontarsi con i suoi effetti.

Il titolo racchiude il significato più profondo del racconto. “Ti ricordo io” significa custodire la storia di qualcuno quando quella persona non riesce più a farlo da sola; significa continuare a riconoscerla anche quando comincia a smarrire la capacità di riconoscere gli altri.

La memoria assume così una dimensione che supera il dato neurologico e diventa relazione, responsabilità, presenza.

È uno degli aspetti più complessi dell’Alzheimer. La malattia colpisce una persona, ma modifica l’intera trama degli affetti che la circonda. Cambiano i ruoli familiari, le abitudini, il modo di comunicare e persino la percezione del tempo. Il figlio può trovarsi progressivamente a prendersi cura del padre; chi era stato un riferimento diventa una persona da accompagnare; gesti fino a poco prima ordinari acquistano un significato diverso. La quotidianità viene riscritta senza che nessuno abbia scelto di farlo.

Dentizzi affida questa complessità a una narrazione costruita attraverso voci molteplici. C’è il padre che racconta la propria confusione senza essere mai ridotto alla condizione di semplice paziente; c’è il figlio che attraversa il lento rovesciamento dei ruoli; ci sono medici, operatori, assistenti e amici. Ne emerge un racconto corale nel quale la persona continua a precedere la patologia.

Ed è probabilmente questo il punto culturale più rilevante dell’incontro di Sepino. Parlare di Alzheimer significa certamente parlare di medicina, ricerca, assistenza e organizzazione dei servizi, ma significa anche interrogarsi sul modo in cui una comunità considera la fragilità.

Dietro ogni diagnosi rimane una biografia. Dietro ogni perdita di memoria continua a esistere una persona che ha avuto affetti, esperienze, passioni e relazioni e che, proprio quando la propria autonomia si riduce, ha ancora più bisogno di essere riconosciuta nella sua dignità.

A dialogare con Dentizzi sarà Michela Musacchio, dirigente medico. Nella Rescigno, presidente di JustMO’, porterà i saluti e aprirà l’incontro, mentre interverrà anche Vittorio De Cosmo, responsabile della sezione Scienza e Cultura di Sepino nel Cuore APS. Alla presentazione seguirà il dibattito con il pubblico, secondo una formula che intende trasformare l’appuntamento culturale in un’occasione di confronto aperto.

Assume inoltre un significato particolare il fatto che una riflessione sulla memoria trovi spazio proprio nel Museo del Matese. In un luogo destinato alla conservazione e alla trasmissione della memoria collettiva, si parlerà della memoria individuale quando comincia a svanire e della responsabilità di chi è chiamato a custodirla.

Il parallelismo nasce quasi naturalmente. Un museo conserva le tracce attraverso le quali una comunità riconosce il proprio passato; la cura, nella sua dimensione più umana, protegge invece la continuità di una storia personale quando la malattia rischia di renderla sempre più difficile da ricostruire.

L’appuntamento di Sepino assume così un valore che supera la semplice presentazione di un libro. Porta nel cuore dell’Appennino una riflessione universale sul limite, sulla responsabilità e sulla capacità di continuare a riconoscere una persona anche quando la memoria comincia a sottrarle nomi, luoghi e volti.

Perché l’Alzheimer non riguarda soltanto chi dimentica. Riguarda anche chi resta accanto e, giorno dopo giorno, continua a custodire ciò che l’altro non riesce più a trattenere.

È forse in questo gesto discreto e quotidiano che la cura rivela la propria dimensione più profondamente umana: ricordare anche per chi non può più farlo da solo. 


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