Apocrifi dell’Antico Testamento: le voci ai margini del canone che illuminano le radici dell’Occidente
Ci sono libri che si leggono e libri che, prima ancora di essere letti, chiedono di essere collocati dentro una storia. I due volumi degli Apocrifi dell’Antico Testamento, pubblicati nei Classici UTET, appartengono certamente alla seconda categoria. Anche la loro presenza fisica, restituita dalle immagini di una biblioteca nella quale i dorsi rossi e le impressioni dorate conservano l’austerità della grande editoria novecentesca, sembra ricordare che la storia delle idee non coincide mai interamente con quella dei testi accolti dalla tradizione ufficiale.
La letteratura biblica, infatti, non si esaurisce nei libri entrati a far parte dei diversi canoni delle Scritture. Intorno a quel nucleo si sviluppò, nel corso dei secoli, una produzione vasta ed eterogenea, composta da apocalissi, testamenti attribuiti ai patriarchi, salmi, narrazioni, preghiere e testi sapienziali. Opere rimaste ai margini del canone, ma non per questo marginali nella storia della cultura religiosa. Al contrario, proprio la loro posizione di confine consente di osservare con maggiore profondità la pluralità intellettuale e spirituale del giudaismo antico.
È questo uno dei maggiori meriti degli Apocrifi dell’Antico Testamento: restituire al lettore contemporaneo non una periferia curiosa della Bibbia, bensì una parte essenziale del mondo che intorno alla Bibbia visse, pensò e interpretò la propria relazione con Dio e con la storia.
La prima impressione da correggere riguarda, dunque, la stessa parola «apocrifo». Nel linguaggio comune essa ha finito spesso per assumere il significato di falso, inattendibile o persino contraffatto. Applicata a questa letteratura, una simile equivalenza sarebbe fuorviante. L’esclusione dal canone non comporta automaticamente l’irrilevanza storica o religiosa di un’opera. Gli apocrifi costituiscono, piuttosto, testimonianze di tradizioni, sensibilità e correnti che contribuirono a formare l’universo culturale del giudaismo tra l’età successiva all’esilio babilonese e i primi secoli dell’era cristiana.
È precisamente in questa pluralità che risiede il loro fascino. Il lettore incontra una società religiosa attraversata da interrogativi radicali: il significato del male, il destino dell’uomo, la giustizia divina, la resurrezione, il giudizio, l’attesa della salvezza, il rapporto tra il tempo presente e quello futuro. Temi che non appartengono soltanto alla storia delle religioni, perché hanno attraversato la filosofia, la letteratura e, più in generale, l’intera formazione culturale dell’Occidente.
Particolarmente significativa è la letteratura apocalittica. L’immagine moderna dell’«apocalisse», frequentemente ridotta alla rappresentazione di una catastrofe conclusiva, non restituisce la ricchezza originaria del genere. L’apocalittica antica nasce soprattutto come svelamento: tenta di interpretare la storia visibile alla luce di una realtà che la trascende e di offrire una risposta all’apparente contraddizione tra la giustizia divina e l’esperienza concreta del dolore, della persecuzione e della sopraffazione. Dietro visioni, angeli, viaggi ultraterreni e rappresentazioni cosmiche emerge così una domanda profondamente umana: quale senso può conservare la storia quando il presente sembra negare ogni giustizia?
Accanto alle apocalissi, i testamenti attribuiti ai patriarchi introducono il lettore in un’altra dimensione. La voce delle grandi figure del passato viene impiegata per consegnare ammonimenti, interpretazioni della storia, precetti morali e attese rivolte al futuro. Non conta soltanto stabilire in quale misura tali opere possano essere ricondotte ai personaggi ai quali furono attribuite; conta, soprattutto, comprendere perché determinate comunità abbiano avvertito la necessità di affidare a quelle figure autorevoli le proprie domande, le proprie paure e le proprie speranze.
La raccolta consente così di seguire la trasformazione di concetti destinati ad assumere un peso enorme nei secoli successivi. Idee riguardanti il giudizio finale, la resurrezione, il mondo angelico, il destino dei giusti e degli empi o l’attesa messianica non emergono improvvisamente con il cristianesimo, ma appartengono a un lungo processo di elaborazione sviluppatosi all’interno del giudaismo antico.
È proprio qui che gli apocrifi acquistano un’importanza decisiva anche per la comprensione delle origini cristiane. Leggerli significa avvicinarsi all’ambiente religioso, linguistico e simbolico nel quale il cristianesimo nacque. Non si tratta di ricercare meccanicamente anticipazioni del Nuovo Testamento, né di trasformare ogni somiglianza in una dipendenza diretta. Una lettura storicamente rigorosa suggerisce, piuttosto, di riconoscere un patrimonio di immagini, interrogativi e categorie condiviso da mondi differenti e tuttavia comunicanti.
Le scoperte di Qumran contribuirono in maniera determinante a modificare la percezione moderna di questa letteratura. I manoscritti rinvenuti nell’area del Mar Morto mostrarono con particolare evidenza quanto fosse articolato il panorama religioso giudaico dell’epoca e quanto risultasse insufficiente immaginarlo come un universo uniforme. Testi, tradizioni e interpretazioni convivevano, si confrontavano e, talvolta, entravano in conflitto. Gli apocrifi acquistano pertanto un valore non soltanto teologico o letterario, ma propriamente documentario: aiutano a ricostruire una stagione nella quale alcune delle categorie fondamentali della cultura religiosa occidentale stavano assumendo forme nuove.
L’edizione UTET possiede, inoltre, una qualità che le fotografie riescono quasi a rendere tangibile. Il frontespizio del primo volume, con l’impostazione tipografica severa e la cornice ornamentale, reca il titolo Apocrifi dell’Antico Testamento e indica Paolo Sacchi quale curatore, con la collaborazione di Fulvio Franco, Luigi Fusella, Antonio Loprieno, Fabrizio Pennacchietti e Liliana Rosso Ubigli. È un particolare che non appartiene soltanto alla bibliografia, perché testimonia un metodo. Dietro questi volumi si avverte infatti l’esigenza di consegnare al pubblico testi complessi attraverso gli strumenti della ricerca filologica e storico-religiosa, evitando sia la semplificazione divulgativa sia una lettura esclusivamente confessionale.
Ed è forse proprio questa la ragione per cui un’opera del genere conserva intatta la propria capacità di interrogare il presente. Gli Apocrifi dell’Antico Testamento mostrano indirettamente che le grandi tradizioni culturali non sono mai monolitiche. Nascono da stratificazioni, confronti, divergenze, contaminazioni e persino da opere che, a un certo punto della storia, sono rimaste fuori da un confine stabilito.
Riaprire oggi questi volumi significa, dunque, compiere qualcosa di più di un esercizio erudito. Significa entrare in un laboratorio remoto nel quale uomini vissuti più di duemila anni fa cercarono di attribuire un significato al male, alla morte, alla speranza e al destino. Le loro risposte appartenevano al loro tempo; le domande, invece, continuano sorprendentemente ad appartenere anche al nostro.
Ed è forse questa la ragione più profonda per cui gli apocrifi meritano ancora di essere letti: non perché custodiscano una verità segreta contrapposta a quella dei testi canonici, ma perché conservano le tracce di una pluralità di voci senza la quale comprenderemmo meno bene il giudaismo antico, le origini del cristianesimo e, attraverso entrambi, una parte decisiva della storia culturale dell’Occidente.
Domenico Rotondi




Commenti
Posta un commento