Nicolò Franco, l’irregolare che torna a parlare al presente

 


Ci sono figure che la storia consegna ai margini e che il tempo, attraverso una rilettura più consapevole, restituisce al centro del discorso culturale. Nicolò Franco appartiene a questa categoria: un irregolare nel senso più pieno del termine, la cui voce — a lungo attenuata — riemerge oggi con una forza capace di interrogare non soltanto gli studiosi, ma una comunità intera.

L’appuntamento del prossimo 5 maggio 2026, nella Sala Vergineo del Museo del Sannio, non si presenta come una semplice iniziativa editoriale. Si configura, piuttosto, come un momento di ricomposizione culturale, nel quale la memoria storica incontra la ricerca contemporanea e restituisce densità a una figura complessa del Rinascimento italiano. Il volume di Luigi Diego Perifano, Nicolò Franco. Storie di un irregolare, si inserisce in questa traiettoria con un impianto rigoroso e, insieme, narrativamente consapevole.

Nicolò Franco, nato a Benevento nel 1515, fu protagonista di una stagione letteraria segnata da tensioni, libertà espressive e conflitti ideologici. La sua vicenda si intrecciò con i principali centri culturali del tempo — Venezia su tutti — e con personalità di primo piano, tra cui Pietro l’Aretino, con il quale intrattenne un rapporto dapprima fecondo e poi apertamente conflittuale. La sua scrittura, corrosiva e indipendente, si collocò nella tradizione satirica più radicale, senza concedere attenuanti al potere, né religioso né politico.

Fu proprio questa libertà a determinarne il destino. Trascinato davanti al tribunale dell’Inquisizione romana, Franco visse una parabola che si concluse tragicamente nel 1570, quando venne condannato a morte. Quella vicenda riflette ancora oggi, in forma esemplare, il rapporto tra parola e controllo, tra espressione individuale e autorità.

Su questo crinale — tra libertà intellettuale e repressione — si innesta il lavoro di Perifano. Le parole dell’autore chiariscono, con misura, il metodo seguito e il coinvolgimento maturato nel tempo: una ricerca avviata per progressiva attrazione si è trasformata in un’indagine strutturata, fondata sui verbali degli interrogatori conservati nella tradizione documentaria vaticana. Il passaggio dalla curiosità iniziale alla consapevolezza interpretativa costituisce il nucleo dell’opera: non una semplice biografia, ma una ricostruzione che attraversa ambienti, relazioni e conflitti.

Nel racconto, la Benevento del Cinquecento non rimane uno sfondo indistinto, ma emerge come uno spazio vivo, attraversato da tensioni culturali e religiose. Le figure che affiancano il protagonista — un avvocato di origini ebraiche, un ecclesiastico di provincia — contribuiscono a delineare un contesto umano e giuridico credibile, mai ridotto a semplice cornice. Il percorso si estende poi a Venezia, dove Franco si confronta con uno degli ambienti più liberi e, al tempo stesso, più esposti alle dinamiche del potere culturale.

L’aspetto più rilevante dell’opera risiede nella capacità di tenere insieme rigore documentario e costruzione narrativa. Quando l’autore afferma di aver individuato “il bandolo della matassa”, introduce una chiave interpretativa che non si presenta come definitiva, ma che si fonda su un uso coerente delle fonti. In questo equilibrio tra certezza e cautela si riconoscono la maturità dello studioso e la responsabilità dell’autore.

L’iniziativa culturale promossa a Benevento assume, dunque, un valore che supera il dato editoriale. Essa richiama l’attenzione su una tradizione intellettuale che il territorio possiede, ma che non sempre riesce a riconoscere fino in fondo. Nicolò Franco non è soltanto un protagonista del passato: rappresenta una figura esemplare di libertà espressiva e tensione critica.

In un tempo in cui il rapporto tra cultura e potere torna a porsi con rinnovata urgenza, la sua vicenda appare sorprendentemente attuale. La sua “irregolarità” non coincide con la marginalità, ma con una forma di autonomia che rifiuta l’allineamento e rivendica il diritto alla parola.

L’evento del 5 maggio si colloca, pertanto, in una linea culturale che merita attenzione: quella che non si limita a celebrare, ma che prova a comprendere. E comprendere, in questo caso, significa restituire a Benevento una parte della propria storia, sottraendola all’oblio e riconsegnandola al dibattito pubblico.

È in questo passaggio — dalla memoria alla consapevolezza — che si misura la qualità di un’iniziativa culturale. Ed è qui che si coglie, fino in fondo, la sua necessità.


#domenicorotondi 


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