Il tempo delle scelte: il Molise tra emergenza e responsabilità strutturale - Osservatore Sannita su Zona Rossa WebTv

 


Non è più consentito indugiare nella retorica dell’eccezionalità. Le alluvioni e le frane che hanno colpito il Molise negli ultimi giorni non rappresentano un evento imprevedibile, ma l’ennesima manifestazione di una fragilità strutturale nota, studiata e, troppo spesso, rinviata. Ogni versante che cede e ogni arteria interrotta non segnano soltanto un danno contingente: sottraggono prospettiva, incrinano la fiducia e accelerano lo spopolamento.

La cronaca recente ha restituito un’immagine nitida e, al tempo stesso, inquietante: quella di una regione nella quale la sicurezza territoriale non costituisce ancora una precondizione stabile della vita civile. In questo quadro, la domanda non è più se intervenire, ma come e con quale visione. Chi può scegliere di restare in territori nei quali la continuità dei collegamenti dipende dalle condizioni meteorologiche e nei quali la stabilità del suolo non è garantita?

Il Molise, per sua natura, è una terra complessa. La prevalenza di terreni argillosi, unita a una rete idrografica fitta e spesso sottovalutata, determina una predisposizione elevata ai fenomeni di dissesto idrogeologico. Si tratta di un dato oggettivo, non di un alibi. Proprio questa complessità, come ha osservato il presidente di Legambiente Molise, Andrea De Marco, avrebbe dovuto imporre da tempo una gestione rigorosa e continua, capace di prevenire anziché inseguire l’emergenza.

La questione, dunque, si colloca su un piano eminentemente strutturale. Non servono opere simboliche né interventi episodici: occorre una strategia tecnica coerente con la geologia del territorio. Il richiamo del responsabile del comitato scientifico di Legambiente Molise, Angelo Sanzò, appare in questo senso difficilmente eludibile: il costo sociale dell’abbandono delle aree interne è destinato a diventare insostenibile se non si interviene con opere strutturali e con un monitoraggio costante.

Le linee di intervento sono note e, soprattutto, realistiche. Governare il “cuore” delle frane significa agire sulla dinamica delle acque sotterranee, attraverso sistemi di drenaggio superficiali e profondi che riducano la pressione idrica nei versanti. Si tratta di un approccio tecnico, non ideologico, che punta a restituire stabilità ai terreni.

Allo stesso modo, la progressiva sostituzione del cemento con soluzioni di ingegneria naturalistica non risponde a una suggestione estetica, ma a un criterio di efficacia. Le radici delle piante consolidano i pendii, alleggeriscono i carichi e contribuiscono a ristabilire un equilibrio che il ricorso indiscriminato alle strutture rigide ha spesso compromesso.

Sul fronte fluviale, la manutenzione degli alvei non può più essere considerata un’attività accessoria. La realizzazione di casse di espansione, la protezione delle sponde e il controllo dell’erosione costituiscono interventi indispensabili per prevenire esondazioni che, come si è visto, isolano intere vallate e compromettono la rete infrastrutturale.

A ciò si deve affiancare un vero e proprio “sistema nervoso” tecnologico del territorio: una rete capillare di sensori in grado di monitorare i livelli idrici e i movimenti millimetrici dei versanti, integrata con dati satellitari e con un numero adeguato di pluviometri. I sistemi di allerta rapida, se correttamente alimentati e gestiti, possono fare la differenza tra la prevenzione e la tragedia.

In questo contesto si inserisce l’annuncio della Regione Molise relativo alla riprogrammazione del Programma Fesr/Fse+ 2021-2027, con l’introduzione di una strategia specifica per affrontare le conseguenze del dissesto causato dal maltempo. Il presidente della Regione, Francesco Roberti, ha dichiarato l’intenzione di non limitarsi alla gestione dell’emergenza, ma di costruire un piano straordinario di rilancio attraverso l’utilizzo delle risorse europee. Parallelamente, l’assessore Iorio ha avviato le procedure per accelerare l’accesso ai fondi destinati ai territori colpiti.

Si tratta di un passaggio rilevante, che tuttavia non può sottrarsi a una verifica rigorosa. Le opposizioni e numerosi tecnici hanno già evidenziato criticità nell’utilizzo dei fondi europei negli anni passati, sottolineando come la risorsa idrica molisana non sia stata adeguatamente valorizzata attraverso infrastrutture capaci di prevenire il dissesto. Si tratta di un’osservazione che impone un cambio di passo, non una difesa d’ufficio.

In questa prospettiva, le proposte relative alla realizzazione di laghetti artificiali lungo le aree collinari dell’Appennino sannita meritano un’analisi tecnica approfondita. Tali infrastrutture, se progettate con criteri scientifici, potrebbero svolgere una duplice funzione: trattenere e regolare i flussi idrici, riducendo la pressione verso la costa adriatica, e restituire competitività al comparto agricolo, oggi penalizzato dall’instabilità del territorio.

Il punto, in definitiva, è uno solo: il Molise non può più permettersi di oscillare tra emergenza e inerzia. La sicurezza del territorio deve diventare la condizione preliminare di ogni politica di sviluppo. Senza questa consapevolezza, ogni progetto di rilancio rischia di rimanere sospeso, esposto alla prossima pioggia intensa e al prossimo versante che cede.

La scelta è ormai netta: continuare a rincorrere gli eventi o governarli. Nel primo caso, il declino demografico e produttivo delle aree interne proseguirà in modo irreversibile. Nel secondo, il Molise potrà tornare a essere una terra abitabile, prima ancora che attrattiva. La differenza, come sempre, non risiede nelle parole, ma nella capacità di tradurle in atti coerenti, continui e verificabili.


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