Verso il referendum sulla giustizia: a Macchiagodena il primato del merito sullo scontro
C’è un modo serio di discutere le riforme costituzionali: quello che passa per l’approfondimento, la misura e il rispetto della complessità. La serata di Macchiagodena, ospitata nei locali della Biblioteca comunale, ha restituito con chiarezza proprio questa cifra, distinguendosi per rigore tecnico e qualità del confronto, in controtendenza rispetto a una campagna referendaria che, non di rado, ha privilegiato la semplificazione emotiva a scapito dell’analisi.
Ad aprire i lavori è stato il sindaco Felice Ciccone, con un saluto istituzionale sobrio e puntuale, volto a richiamare il valore della partecipazione civica in un passaggio delicato per l’assetto della Repubblica. Giuseppe Rapuano, nel ruolo di moderatore, ha condotto l’incontro con equilibrio e precisione, favorendo una trattazione ordinata e accessibile di un tema intrinsecamente complesso, senza cedere a forzature o derive polemiche.
Il confronto è entrato nel merito dei contenuti della riforma sottoposta a referendum, che delinea un assetto profondamente innovativo: la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, con l’obbligo di una scelta definitiva all’inizio del percorso professionale; l’istituzione di due distinti Consigli Superiori della Magistratura, entrambi presieduti dal Presidente della Repubblica, uno per la magistratura giudicante e uno per quella requirente; il sorteggio dei componenti togati, finalizzato a ridurre il peso delle correnti interne; la creazione di un’Alta Corte disciplinare, esterna ai CSM, competente per i procedimenti nei confronti dei magistrati. Si tratta di interventi che, nelle intenzioni dei proponenti, mirano a ridisegnare l’assetto del sistema giudiziario, ma che, secondo le argomentazioni emerse nel corso della serata, rischiano di incidere sugli equilibri costituzionali in modo non privo di criticità.
L’avvocato Claudio Neri, già presidente del Consiglio dell’Ordine di Campobasso, ha evidenziato le contraddizioni interne della riforma, osservando come la ridefinizione del rapporto tra accusa e giudizio possa tradursi, paradossalmente, in una compressione delle garanzie. Non è stata posta in discussione l’esigenza di riformare, bensì l’impostazione complessiva dell’intervento e il suo possibile impatto sull’equilibrio tra i poteri.
Il professor Giuseppe Iglieri, docente dell’Università degli Studi del Molise, ha richiamato il rischio di un indebolimento del ruolo costituzionale della magistratura, sottolineando, al tempo stesso, come il dibattito pubblico si sia progressivamente allontanato dalla sostanza tecnico-giuridica della questione, cedendo a una narrazione semplificata e talvolta aggressiva, alimentata anche dall’onda emotiva suscitata dai più recenti fatti di cronaca.
Vincenzo Notarangelo, avvocato e segretario regionale di Sinistra Italiana, ha collocato la propria contrarietà alla riforma in una prospettiva più ampia, segnata dalle tensioni sociali ed economiche che attraversano il Paese. In questo quadro, ha ribadito la necessità di restituire centralità alla funzione parlamentare e di preservare l’equilibrio tra i poteri dello Stato quale presidio essenziale contro ogni possibile deriva arbitraria, soprattutto in una fase storica nella quale i ceti popolari appaiono sempre più esposti a forme di marginalizzazione civile e sociale.
Di particolare rilievo è risultato l’intervento di Giuseppe Lumia, già presidente della Commissione parlamentare antimafia, che ha ricondotto il tema della riforma entro l’orizzonte dei principi costituzionali. Tali principi, ha osservato, devono essere perseguiti, cioè applicati e salvaguardati, non smantellati. Le criticità del sistema giustizia, nella sua lettura, attengono infatti a profili organizzativi e strutturali, non alla tenuta valoriale dell’impianto costituzionale, che continua a rappresentare una garanzia civile fondamentale contro ogni possibile forma di arbitrio.
In controluce, e per completezza del quadro informativo, va richiamata anche, pur non essendo emersa nel corso del confronto, la posizione espressa nelle ultime settimane da Claudio Martelli. Pur sostenendo l’impianto costituzionale della riforma, egli ha infatti riconosciuto il rischio che l’assetto da essa delineato, in particolare sul versante della separazione delle carriere e del ruolo della magistratura requirente, possa finire per attribuire maggiore spazio, funzioni e poteri ai pubblici ministeri, alterando l’equilibrio tra le parti nel processo penale e incidendo sul DNA stesso del garantismo liberale. Si tratta di una riserva significativa, perché non nega in radice l’esigenza della riforma, ma ne evidenzia un possibile vulnus interno proprio sul terreno delle garanzie.
La serata molisana di Macchiagodena ha così mostrato, con sobrietà e rigore, che su una materia tanto delicata sarebbe stato preferibile percorrere un cammino parlamentare condiviso e approfondito, nel rispetto della soglia costituzionale dei due terzi, evitando uno scontro esasperato tra gli organi dello Stato e restituendo centralità al valore della cultura giuridica italiana.
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