Salcito e le zone umide: quando la tutela dell’acqua diventa cultura civile

 

Salcito, Campobasso


A cinquant’anni dalla ratifica della Convenzione di Ramsar, il 2 febbraio si è confermato come una data simbolo per la tutela delle zone umide e, più in generale, degli ecosistemi acquatici. In Italia, la ricorrenza ha assunto un rilievo particolare: sono oggi 63 i siti inseriti nella lista Ramsar, distribuiti in 15 regioni, per una superficie complessiva di 81.091 ettari. Un patrimonio naturale che racconta la biodiversità, la resilienza climatica e la stratificazione culturale dei territori.

Nel solco di questa ricorrenza, Legambiente ha promosso iniziative diffuse sull’intero territorio nazionale e ha presentato la decima edizione del report Ecosistemi acquatici, frutto di un lavoro scientifico e divulgativo che ha visto la partecipazione, tra gli altri, della molisana Giusi De Castro. Un contributo che ribadisce come la conoscenza rappresenti il primo, imprescindibile strumento di tutela ambientale.

In Molise, quest’anno, la scelta è caduta su Salcito, centro della media Valle del Trigno il cui toponimo rimanda con ogni probabilità al salicetum, il salice: una pianta d’acqua che diventa, non a caso, segno identitario del luogo. Domenica 8 febbraio la mattinata si è aperta con un’escursione sul territorio comunale alla scoperta degli ambienti umidi e delle specie vegetali che li caratterizzano — dalle felci alle canne palustri — guidata da Danilo Tucci, guida AIGAE. Un’esperienza sul campo che ha restituito concretezza a nozioni spesso relegate alle relazioni tecniche, mostrando come la tutela prenda forma dall’osservazione diretta e dal riconoscimento consapevole dei luoghi.

All’escursione è seguita, nella sede dell’ex istituto scolastico, una sessione di etnobotanica condotta dal professor Bruno Paura, associato di Botanica applicata ambientale dell’Università degli Studi del Molise. L’intervento ha ricostruito il patrimonio di conoscenze tradizionali legate alle piante spontanee della regione, soffermandosi sui loro depositari storici — in prevalenza donne anziane della cultura contadina e pastorale — e sul valore scientifico di saperi tramandati per via orale.

In questo quadro si inserisce la ricerca avviata dall’Università del Molise sulle specie selvatiche commestibili, note come alimurgiche, che ha interessato numerosi comuni della regione e ha condotto all’individuazione di ben 121 specie, attraverso un metodo fondato sull’intervista diretta. Un lavoro che, mentre documenta pratiche alimentari di sopravvivenza e di equilibrio con l’ambiente, segnala anche come l’uso officinale delle piante risulti oggi in larga parte circoscritto agli ambiti conventuali, a testimonianza di una frattura culturale che attende ancora di essere ricomposta.

Nel corso dell’incontro, il sindaco Giovanni Galli ha portato i saluti dell’amministrazione comunale, assicurando l’impegno a coinvolgere attivamente la comunità locale nel prosieguo della ricerca. Il direttore di Legambiente Molise, Giorgio Arcolesse, ha quindi richiamato l’importanza delle zone umide in una prospettiva di tutela della biodiversità e delle forme di vita del pianeta, evocando il lavoro del medico e botanico triventino Giosuè Scarano per sottolineare il legame profondo tra ambiente, piante officinali e salute umana.

La giornata di Salcito ha così offerto un esempio concreto di come la protezione degli ecosistemi non sia materia astratta, ma pratica quotidiana capace di intrecciare scienza, memoria e responsabilità collettiva. In un tempo segnato da una crescente fragilità ambientale, le zone umide tornano a parlarci non soltanto di acqua e di piante, ma di una civiltà della cura che chiede di essere riconosciuta, coltivata e rilanciata.

#domenicorotondi 




Commenti