Quando il popolo si fece letteratura: le Fiabe italiane di Calvino
Nel 1956, quando Fiabe italiane vide la luce per i tipi di Giulio Einaudi, l’Italia attraversava una fase di trasformazione profonda. Il Paese si avviava verso il boom economico e lasciava progressivamente alle spalle le macerie materiali e morali della guerra e del primo dopoguerra. In quel contesto storico e culturale, Italo Calvino compì un gesto insieme letterario e civile: raccolse duecento fiabe della tradizione popolare e le restituì ai lettori in una lingua limpida e unitaria, capace di custodire il timbro arcaico dei racconti senza imprigionarlo in un artificioso esercizio filologico.
Il titolo completo – Fiabe italiane raccolte dalla tradizione popolare durante gli ultimi cento anni e trascritte in lingua dai vari dialetti da Italo Calvino – esplicitava con chiarezza metodo e ambizione dell’opera. Calvino non si limitò a trascrivere quanto aveva ascoltato direttamente; attinse piuttosto al vasto repertorio dei folkloristi italiani, che esaminò con rigore, selezionando, confrontando e annotando le diverse versioni. Egli avviò il progetto nel 1954, anche sotto l’influsso della lettura della Morfologia della fiaba di Vladimir Propp, dalla quale ricavò uno schema interpretativo delle funzioni narrative. Tuttavia, la sua operazione non assunse mai un carattere rigidamente strutturalista: rimase, piuttosto, un intervento eminentemente letterario, fondato su un equilibrio consapevole tra fedeltà alla fonte e responsabilità autoriale.
Calvino dichiarò di voler offrire una scelta rappresentativa delle tradizioni orali delle diverse regioni italiane – con l’eccezione, in quella prima edizione, della Valle d’Aosta e dell’Umbria – e di tradurre i racconti dai dialetti in un italiano standard che non tradisse il ritmo, la cadenza e la logica interna del narrare popolare. In tale prospettiva si avvertiva l’eco di Giovanni Francesco Straparola e delle sue Piacevoli notti: anche in quel precedente cinquecentesco il folklore si era fatto letteratura, assumendo forma scritta senza perdere la propria forza immaginativa.
La novità di Fiabe italiane consisteva precisamente in questo equilibrio. Calvino non perseguì una filologia in senso stretto, ma una fedeltà più sottile e sostanziale: quella al nucleo simbolico e strutturale del racconto. Annotò la fonte di ciascuna fiaba, spiegò le modifiche introdotte, rese conto delle varianti rispetto alla tradizione attestata. La sua scrittura intervenne con misura, levigando e semplificando, talora rinominando personaggi o luoghi, sempre con l’intento di rendere il testo coerente e leggibile per un pubblico contemporaneo. La lingua si fece cristallina, talora prossima a una compostezza quasi classica, e insieme capace di restituire la crudezza, l’ironia e la meraviglia che abitano l’immaginario contadino.
Scorrendo le pagine, il lettore incontra un’Italia preindustriale, segnata dalla fame, dall’ingiustizia e dalla precarietà dell’esistenza, ma anche dall’ingegno e dal desiderio di riscatto. Principi smarriti, contadini astuti, orchi e fate, animali parlanti: ogni figura rimanda a una visione del mondo nella quale la magia convive con la necessità e l’elemento fantastico traduce simbolicamente conflitti reali. È un Paese che racconta se stesso attraverso archetipi narrativi, dove il bene e il male si confrontano in forma simbolica prima ancora che morale.
Nel percorso intellettuale di Calvino – che attraversò il neorealismo, la riflessione fantastica, l’interesse per la scienza e per le strutture del racconto – Fiabe italiane rappresentò un passaggio decisivo. L’autore della trilogia de I nostri antenati, di Marcovaldo, delle Cosmicomiche e di Se una notte d’inverno un viaggiatore trovò in questa impresa una radice profonda del proprio immaginario: la convinzione che le storie costituiscano dispositivi di conoscenza, mappe simboliche attraverso le quali una comunità interpreta la propria esperienza storica.
Intellettuale impegnato sul piano civile e politico, Calvino mantenne sempre una distanza critica dalle correnti letterarie cui pure partecipò. La sua si configurò come una razionalità metodologica, mai dogmatica; come un gusto dell’ironia capace di alleggerire senza banalizzare; come una curiosità scientifica che conviveva con il senso del mistero. In Fiabe italiane tali elementi si ricomponevano in una sintesi di straordinaria limpidezza.
Rileggere oggi quel volume significa interrogarsi sulla nostra identità culturale. In un tempo in cui le tradizioni rischiano di dissolversi o di irrigidirsi in una sterile retorica, l’operazione calviniana indicò una via esigente: trasformare l’eredità orale in patrimonio condiviso, senza snaturarne l’energia originaria. La fiaba, così, non fu evasione infantile, ma laboratorio simbolico della collettività.
A settant’anni dalla pubblicazione, Fiabe italiane continua a parlare al presente. Lo fa con la voce plurale di un Paese che, prima di divenire nazione industriale, era comunità narrante. E ricorda che la letteratura, quando sa ascoltare, si fa custode della memoria e, insieme, promessa di futuro.
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