Il sapere dei Celti oltre il mito. Nel saggio di Stefano Mayorca il druidismo e la magia celtica vengono restituiti come sistema di pensiero coerente, capace di interrogare anche il presente.

 


La magia celtica. Miti, credenze, riti si propone come un’opera che restituisce alla civiltà celtica la sua complessità originaria, sottraendola tanto alle riduzioni folcloristiche quanto alle semplificazioni di un esoterismo di consumo. Stefano Mayorca affronta il druidismo e l’universo simbolico dei Celti come un sistema strutturato di conoscenza, nel quale mito, rito e rapporto con la natura concorrono a formare una visione del mondo unitaria, fondata sull’interazione costante tra dimensione umana e ordine cosmico.

Il punto di maggiore solidità del volume risiede nella capacità di ricondurre ciò che viene spesso liquidato come superstizione a una vera e propria architettura concettuale. Mayorca mostra come il mondo celtico non separi il simbolo dall’esperienza, poiché il mito non assolve a una funzione evasiva, ma opera come strumento interpretativo della realtà. In questa prospettiva, figure quali fate, sacerdotesse e maghi non costituiscono un repertorio ornamentale di presenze fantastiche, bensì rappresentano il linguaggio attraverso cui una civiltà elabora le soglie dell’esistenza, collocandosi in uno spazio di confine tra visibile e invisibile, tra natura e sacro.

L’autore insiste, con un’impostazione dichiaratamente ermetica, sulla centralità delle forze che presiedono alla magia celtica, intese non come manifestazioni spettacolari, ma come principi attivi e archetipici che regolano il rapporto fra l’uomo e il cosmo. La natura non è descritta come uno scenario neutro, ma come un interlocutore vivo, con cui instaurare una relazione fondata sull’ascolto e sul riconoscimento dei cicli. Da tale visione discende una concezione del tempo non lineare, bensì ciclica, nella quale il rito assume la funzione di gesto ordinatore, capace di tenere insieme memoria, comunità e senso del limite.

Su queste basi si innesta la tesi centrale del libro, proposta con chiarezza e continuità argomentativa: la cultura celtica non resta confinata in un passato remoto, poiché alcune sue strutture profonde continuano a operare nel presente, seppure in forme trasformate. Mayorca sostiene che il modo contemporaneo di percepire la natura, di attribuire significato ai luoghi e di riconoscere una dimensione simbolica nell’esperienza quotidiana sia il risultato di una stratificazione culturale complessa, nella quale l’eredità celtica si intreccia con altre tradizioni europee. Il lettore è così invitato a riconoscere, all’interno della modernità, tracce di un sapere antico non come residuo nostalgico, ma come continuità culturale spesso rimossa.

Sul piano stilistico e strutturale, l’opera procede per nuclei tematici ordinati, alternando ricostruzione e interpretazione in una narrazione che privilegia l’orientamento del lettore rispetto alla problematizzazione analitica di ogni passaggio. Questa scelta conferisce al testo un tono assertivo e talvolta programmatico, che rappresenta insieme il suo punto di forza e il suo limite: se da un lato l’impianto risulta efficace nel rendere intelligibile la logica interna dell’immaginario celtico, dall’altro presuppone una disponibilità ad accogliere categorie come “forze” e “interazione” prevalentemente sul piano simbolico, più che su quello della dimostrazione storica in senso stretto.

Resta, tuttavia, un merito difficilmente contestabile. La magia celtica. Miti, credenze, riti ricorda che le civiltà non sopravvivono soltanto nei reperti o nelle cronologie, ma anche nei modi di pensare, nei simboli e nelle posture interiori con cui una comunità si rapporta al mondo. In questa prospettiva, il sapere dei Celti emerge come patrimonio ancora interrogabile, capace di mettere in discussione l’idea di una modernità autosufficiente e di restituire alla relazione tra uomo e natura una profondità che il presente tende troppo spesso a semplificare o a rimuovere.


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