Europa a rischio marginalità
L’avvertimento di Mario Draghi è una diagnosi politica: senza unità e base industriale, l’Unione rischia di scivolare ai margini del mondo che decide.
Il volto di Mario Draghi, accostato alle bandiere europee, restituisce un messaggio essenziale: l’Europa non è una dichiarazione d’intenti, ma una somma di scelte. E la frase — «L’Europa rischia di diventare subordinata, divisa e deindustrializzata» — va letta per ciò che è: non un allarme generico, ma una valutazione fondata sullo stato delle cose.
Subordinata, perché in un contesto globale segnato dal ritorno della potenza economica e tecnologica l’Europa continua spesso a concepirsi come semplice mercato. Ma un mercato privo di strategia resta uno spazio esposto: alle dipendenze energetiche, alla delocalizzazione dell’innovazione, alla progressiva perdita di autonomia decisionale. La subordinazione non si proclama; si costruisce nel tempo, rinvio dopo rinvio.
Divisa, perché le fratture interne — economiche, territoriali, politiche — non sono state trasformate in leva comune. Quando l’Unione si riduce a una sommatoria di interessi nazionali, la decisione collettiva si indebolisce e la visione si accorcia. La divisione, in Europa, non è mai neutra: è sempre un fattore di declino.
Deindustrializzata, infine. Qui il rischio è strutturale. L’illusione che la manifattura potesse essere sacrificata senza conseguenze è stata smentita dai fatti. L’industria non è un retaggio del passato, ma la base materiale della sovranità: senza filiere presidiate, la transizione ecologica diventa dipendenza; senza capacità produttiva, anche la ricerca perde forza politica.
Il punto sollevato da Draghi è dunque dirimente: l’Europa deve decidere se restare un attore o accontentarsi di essere uno spazio regolato da altri. E questa scelta riguarda anche le sue periferie interne. Un continente che non integra i territori fragili — dalle aree interne al Mezzogiorno — perde coesione, capitale umano e credibilità. Senza sviluppo diffuso, l’Europa smette di essere promessa e diventa distanza.
Politica industriale e integrazione istituzionale sono, perciò, inseparabili. Senza strumenti comuni — investimenti, energia competitiva, ricerca, formazione — non esiste autonomia strategica. E senza un salto politico capace di superare i veti, l’Unione resta lenta mentre il mondo accelera.
La diagnosi è chiara. Anche l’alternativa lo è: la subordinazione non è un destino, la divisione non è una fatalità, la deindustrializzazione non è inevitabile. Sono conseguenze. E le conseguenze dipendono dalle scelte. L’Europa può ancora cambiarle. Ma il tempo della prudenza attendista è finito.
#domenicorotondi



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