Il grande malato, il conto più salato: Molise tra commissariamento e diritto alla cura

 


A Termoli, nei giorni scorsi, il confronto promosso da ALI Molise e CGIL attorno al titolo eloquente Il grande malato ha restituito una fotografia che i molisani conoscono da tempo, ma che solo raramente viene messa a fuoco con il necessario rigore analitico: la sanità regionale non è soltanto un sistema in sofferenza, bensì il luogo in cui si manifesta, con particolare evidenza, la frattura tra responsabilità pubblica e peso scaricato sui cittadini.

L’incontro, ospitato nell’Aula Adriatica dell’Università degli Studi del Molise, ha avuto il merito di spostare il baricentro della discussione dal repertorio delle lamentele alla sostanza delle scelte. L’intervento di Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE, ha collocato la questione molisana entro un orizzonte nazionale ben definito: mentre il Governo avvia una riforma del Servizio sanitario nazionale e introduce nuovi standard organizzativi e strutturali, i territori marginali rischiano di pagare un prezzo doppio, subendo al contempo una contrazione dei servizi e un accesso alle cure sempre più diseguale.

In Molise, tuttavia, la questione assume una gravità ulteriore, poiché il diritto alla salute si intreccia con una condizione fiscale divenuta, di fatto, una penalità strutturale. Da anni la regione registra alcune delle aliquote più elevate del Paese, non come esito virtuoso di un percorso di risanamento, ma come conseguenza di un commissariamento che avrebbe dovuto ridurre e ricondurre il debito entro una traiettoria di sostenibilità. È accaduto l’opposto: il commissariamento non ha risanato il debito accumulatosi negli anni, ma ha finito per perpetuarlo, trasformandolo in un meccanismo di trascinamento continuo, capace di produrre prelievo senza restituire qualità e prossimità nei servizi pubblici. 

Da questo dato discende un secondo punto che va affermato con chiarezza, senza ambiguità lessicali o scorciatoie retoriche. Il contribuente molisano non può ritenersi debitore, né sul piano morale né su quello politico, di somme “vagliate” e governate dallo Stato nazionale attraverso l’istituto del commissariamento. Se lo Stato ha esercitato un potere sostitutivo, assumendo funzioni di controllo, indirizzo e gestione straordinaria, ha contestualmente assunto una responsabilità piena sugli esiti di quelle scelte. Non è accettabile che la leva commissariale si trasformi in un dispositivo che, mentre pretende sacrifici, sottrae al cittadino la possibilità di riconoscersi in una filiera decisionale trasparente, verificabile e politicamente responsabile. In altri termini, non si può chiedere di pagare un conto che è stato amministrato altrove, con strumenti eccezionali, e poi presentato come inevitabile a comunità che hanno già subìto, in modo diretto, gli effetti della distanza dai servizi.

La tavola rotonda ha riportato così al centro un nodo decisivo: la sanità nelle aree interne non può essere governata con criteri pensati per le metropoli. Difendere presìdi e reparti non significa cristallizzare l’esistente, ma riconoscere che in territori come il Molise — e, più in generale, nell’Italia appenninica, dal Sannio beneventano ai crinali più isolati — la distanza geografica si traduce, più rapidamente che altrove, in rinuncia alle cure. In questo quadro, la medicina territoriale, l’emergenza-urgenza, la presa in carico socio-sanitaria e la riduzione delle liste di attesa non rappresentano capitoli accessori, bensì la struttura portante di una riforma che intenda restare fedele all’idea originaria del Servizio sanitario nazionale, istituito con la legge 833 del 1978 come sistema universale e non come semplice sommatoria di prestazioni.

È in questa prospettiva che emerge il terzo nodo, forse il più inquietante, delineato nel confronto di Termoli: il rischio concreto di una sanità sempre più privatizzata, nella quale venga meno il necessario equilibrio tra un servizio pubblico presente e operativo nei territori marginali e una compartecipazione regolata delle aziende sanitarie private. Il privato, quando è accreditato, controllato e trasparente, può legittimamente integrare l’offerta; non può, però, diventare la scorciatoia attraverso cui si giustifica l’assenza del pubblico proprio nei contesti più fragili. Al tempo stesso, ridurre la questione a una contrapposizione ideologica sarebbe un errore speculare: non si tratta di opporre dogmaticamente modelli, ma di definire regole chiare e finalità non negoziabili. La prima, inderogabile, è il principio di cura verso i più deboli. Se quel principio viene meno, la privatizzazione non si configura più come scelta organizzativa, ma come selezione sociale mascherata.

In questo senso, Termoli non ha rappresentato una passerella né un rituale di denuncia. Ha indicato un bivio. E, come ogni bivio, impone una decisione: uscire dall’inerzia del commissariamento perpetuo, ricondurre la fiscalità entro il perimetro della giustizia e ricostruire una sanità di prossimità che non abbandoni l’Italia interna.

In tale direzione si colloca anche il ruolo svolto da Micaela Fanelli, promotrice del confronto in qualità di delegata europea di ALI, che ha richiamato con forza la necessità di riportare la questione sanitaria molisana dentro una cornice di responsabilità istituzionale più ampia, capace di dialogare con i livelli nazionali ed europei senza rinunciare alla tutela dei territori più fragili. È su questo terreno, fatto di proposte e non di alibi, che si misura oggi la credibilità della politica sanitaria. Il resto, per i cittadini, sarebbe soltanto un’altra tassa pagata in silenzio.


#domenicorotondi 

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