Giustizia di prossimità, una scelta di civiltà: perché la geografia giudiziaria non è un dettaglio tecnico

 


Nel dibattito pubblico italiano, spesso appesantito da semplificazioni e contrapposizioni ideologiche, la riapertura degli uffici giudiziari di prossimità si impone come una questione di sostanza democratica. La geografia giudiziaria non è una mera architettura amministrativa, bensì il riflesso concreto del rapporto tra lo Stato e i suoi cittadini, tra le istituzioni e i territori.

A oltre un decennio dalla riforma del 2012, che portò alla soppressione di numerose sedi giudiziarie periferiche in nome di una razionalizzazione prevalentemente contabile, il Governo ha avviato un percorso legislativo volto a riconsiderare quegli assetti. Non si tratta di un ritorno al passato, ma di una presa d’atto degli effetti prodotti da scelte che, in molti contesti, hanno finito per allontanare la giustizia dalle comunità locali.

In questo quadro si collocano casi emblematici come i tribunali di Avezzano, Lanciano, Sulmona e Vasto, insieme alle sezioni giudiziarie di Ischia, Lipari e Portoferraio, la cui riapertura non rappresenta una concessione territoriale, bensì una scelta di civiltà istituzionale. Presìdi che assumono un valore particolarmente rilevante nelle Aree Interne del Paese, dove la distanza dai servizi essenziali incide in modo diretto sull’effettivo esercizio dei diritti.

La giustizia di prossimità non è soltanto una questione logistica, ma una condizione sostanziale di uguaglianza. Riduce le distanze fisiche e simboliche tra cittadini e amministrazione giudiziaria, limita i costi indiretti per famiglie e professionisti e rafforza il patto di fiducia tra istituzioni e società, soprattutto nei territori più fragili e marginali.

Le critiche espresse dall’Associazione Nazionale Magistrati, orientate a privilegiare l’efficienza dei grandi poli giudiziari, meritano attenzione, ma appaiono parziali se non inserite nel contesto territoriale nel quale la giurisdizione è chiamata a operare. Analogamente, il richiamo dell’avvocatura a riforme strutturali più profonde non contraddice il progetto di prossimità, bensì ne rafforza la credibilità, a condizione che la riapertura delle sedi sia accompagnata da investimenti adeguati.

La vera sfida risiede nell’equilibrio tra efficienza e presenza. Una giustizia distante e difficilmente accessibile, per quanto razionalizzata, rischia di restare formale e di minare il principio di uguaglianza. Sostenere la riapertura degli uffici giudiziari di prossimità significa, in definitiva, affermare che la giustizia non è un servizio astratto, ma un presidio di civiltà, capace di tenere insieme diritti, territori e coesione democratica.

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