Europa, quando il tempo chiede una decisione
Ogni stagione storica produce le proprie illusioni e ne misura, col tempo, le conseguenze. L’Europa del dopoguerra nacque dalla convinzione che il ritorno alla sovranità assoluta degli Stati nazionali avesse condotto il continente alla catastrofe; l’Europa di oggi si scopre fragile proprio perché quella lezione, pur solennemente proclamata, è rimasta spesso incompiuta sul piano politico.
Il pensiero di Altiero Spinelli si collocava in questo punto di frattura. L’idea di un’Europa federale nacque come risposta morale e istituzionale alle lacerazioni del Novecento, dalla consapevolezza che le singole nazioni, se lasciate alla logica dell’interesse isolato, avrebbero prodotto nuove asimmetrie, nuove dipendenze e, infine, nuove forme di debolezza. Quel progetto indicava una causa precisa, la frammentazione, e ne anticipava l’effetto: l’irrilevanza.
Oggi quell’effetto si manifesta con chiarezza. In un mondo che si riorganizza attorno a grandi blocchi economici, tecnologici e strategici, l’Unione Europea fatica a trasformare la propria forza potenziale in capacità decisionale. Il sorpasso cinese nei settori dell’innovazione avanzata non è il risultato di una contingenza, ma la conseguenza di modelli industriali coerenti e di politiche di lungo periodo. L’Europa, al contrario, continua a oscillare tra integrazione dichiarata e sovranità praticata.
È in questo quadro che assume valore emblematico il caso della Groenlandia. Lo scioglimento dei ghiacci, l’apertura delle rotte artiche e la competizione sulle risorse mostrano come la geografia sia tornata a essere politica e come la tecnologia ne determini l’esito. Le grandi potenze agiscono su questi nuovi confini mobili; l’Europa osserva. E osservando conferma quella marginalità che il pensiero federalista aveva individuato come esito naturale della divisione.
Lo stesso schema si ripropone nel rapporto con l’Africa. Per decenni affrontato in chiave emergenziale, esso rivela oggi il prezzo di quella miopia: instabilità, dipendenze esterne, pressione migratoria. Solo una collaborazione economica strutturale, fondata sullo sviluppo dei distretti produttivi, sulla valorizzazione delle materie prime e delle terre rare e su un reale trasferimento di competenze, può spezzare una catena di cause che continua a produrre effetti indesiderati.
Scrivere il futuro dell’Europa non significa aggiungere nuove parole a un lessico già noto, ma riconoscere il nesso tra ciò che non è stato fatto e ciò che oggi accade. La storia non presenta il conto due volte. Se l’Unione non traduce l’eredità dell’europeismo in una scelta politica compiuta, il rischio non resta teorico: diventa la progressiva rinuncia a decidere del proprio destino.
#domenicorotondi




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