La Via dell’Oro: come l’India antica ridisegnò i contorni del mondo (recensione a cura di Domenico Rotondi)
Per oltre un millennio — a partire dal II secolo a.C. — l’India non fu una periferia esotica, ma uno dei grandi motori del mondo antico: un crocevia di saperi, arti, commerci e religioni capace di irradiare la propria influenza ben oltre i confini del Subcontinente. In questo scenario si delineò quella che William Dalrymple definisce «indosfera», un’area vasta e vitale di interscambi culturali, religiosi ed economici che, per continuità e intensità, non ebbe nulla da invidiare alle più note rotte globali. Nel volume La Via dell’Oro. Come l’India antica ha trasformato il mondo, lo storico britannico propone una rilettura che restituisce piena dignità a un sistema di connessioni marittime spesso relegato sullo sfondo rispetto alla più celebrata Via della Seta. La fitta rete di porti, scali e rotte che collegò l’India al Mar Rosso, al Mediterraneo, all’Indocina e al Mar Cinese Meridionale costituiva un universo mobile e cosmopolita: mercanti, monaci, pellegrini, funzionari imperiali e marinai animavano un mondo in continuo movimento, nel quale circolavano non soltanto merci, ma idee, tecnologie, credenze religiose e forme artistiche.
Determinante, in questo processo, fu la conoscenza dei venti monsonici, che consentì ai navigatori di programmare traversate sicure nell’Oceano Indiano. Già tra la fine del I secolo a.C. e i primi secoli dell’età imperiale romana il traffico marittimo verso l’India conobbe uno sviluppo eccezionale: dai porti egiziani sul Mar Rosso — Berenice e Myos Hormos — salpavano navi dirette verso la costa di Malabar, raggiungendo scali come Muziris e Barygaza. Spezie, perle, legni pregiati, avorio, gemme e tessuti orientali fluivano verso l’Occidente in quantità tali che autori come Plinio il Vecchio denunciarono l’emorragia di oro e argento dall’Impero, incapace di contenere la domanda di beni di lusso provenienti dall’Asia. La Via dell’Oro, tuttavia, non fu soltanto un percorso commerciale: fu soprattutto un corridoio di civiltà, religioni e saperi. Dall’India si diffusero sistemi di scrittura, testi epici, conoscenze mediche e matematiche, nozioni astronomiche e concezioni filosofiche che segnarono profondamente l’Indocina, l’arcipelago malese, la Cambogia e l’intero Sud-Est asiatico. Le idee del buddhismo e dell’induismo, giunte attraverso monaci, missionari e mercanti, attecchirono in culture diverse, lasciando tracce ancora oggi riconoscibili nei templi, nelle lingue, nei miti e nelle tradizioni dell’area. Fu un processo di integrazione culturale e religiosa che non si basò sulla conquista, ma sulla circolazione costante e sulla capacità di assorbire e rielaborare elementi provenienti da mondi differenti.
La forza del libro di Dalrymple risiede proprio nella capacità di decostruire una narrazione storica troppo spesso filtrata da un punto di vista eurocentrico. L’India appare non più come spettatrice marginale di rotte dominate da potenze straniere, ma come protagonista attiva, centro raffinato e dinamico in grado di modellare il destino di intere civiltà. Rileggere la storia globale attraverso la Via dell’Oro significa dunque restituire equilibrio a un quadro interpretativo che per secoli ha sopravvalutato i percorsi terrestri e sottovalutato l’ampiezza degli scambi marittimi.
In un presente segnato dal riemergere di tensioni identitarie, La Via dell’Oro offre un monito prezioso: ricorda quanto la storia dell’umanità sia stata plasmata dalla capacità di dialogare con l’altro, di accogliere differenze culturali e linguistiche, di trasformare la diversità in motore di sviluppo. E invita a ripensare il passato non come una somma di confini da preservare, ma come una trama complessa di relazioni da riscoprire e valorizzare, nella consapevolezza che l’interconnessione è sempre stata una delle grandi leve del progresso umano.
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