La misura greca contro l’illusione dell’onnipotenza tecnica
C’è una domanda che attraversa il nostro tempo con la forza silenziosa delle grandi inquietudini storiche: fino a che punto la tecnica può spingersi senza smarrire il senso dell’umano? È un interrogativo antico e insieme radicalmente contemporaneo, che torna al centro dell’approfondimento di Angelo Tonelli, I greci e la tecnica. Un antidoto alla deriva transumanista, un saggio capace di ricondurre il dibattito odierno entro una prospettiva culturale più ampia, sottraendolo tanto agli entusiasmi superficiali quanto alle paure ideologiche.
Viviamo in un’epoca nella quale il pensiero tecnico e il calcolo razionale tendono progressivamente a occupare ogni spazio della conoscenza. L’efficienza è diventata il criterio dominante; la misurabilità viene spesso confusa con la verità; ciò che non può essere tradotto in algoritmo rischia di apparire inutile, marginale o persino irrazionale. La tecnica contemporanea, sostenuta dall’accelerazione dell’intelligenza artificiale, delle biotecnologie e delle neuroscienze applicate, alimenta così una nuova antropologia della potenza: l’idea secondo la quale l’uomo possa emanciparsi gradualmente da ogni limite naturale, biologico e perfino morale.
È proprio in questo passaggio che il pensiero greco continua a parlare al presente con una lucidità sorprendente.
La civiltà ellenica non rifiutò mai la tecnica. Al contrario, ne comprese il valore creativo, organizzativo e persino liberatorio. Basterebbe ricordare il mito prometeico, nel quale il fuoco donato agli uomini rappresentava la nascita della conoscenza tecnica e della capacità di trasformare il mondo. Tuttavia, accanto alla téchne, i Greci collocarono sempre il principio della misura. La sapienza non coincideva con la sola capacità di fare, ma con la consapevolezza del limite entro il quale l’azione umana avrebbe dovuto mantenersi.
Per questa ragione la cultura greca elaborò il concetto di hybris: la tracotanza di chi oltrepassava il limite, credendo di poter dominare integralmente la realtà. Nelle tragedie di Eschilo, Sofocle ed Euripide, la hybris non rappresentava soltanto una colpa individuale, ma un disordine destinato a travolgere l’intera comunità. L’uomo che pretendeva di sostituirsi agli dèi o di ignorare la propria condizione mortale precipitava inevitabilmente nella rovina.
Non si trattava di un invito all’immobilismo, bensì di una lezione di equilibrio. Nella Grecia antica, il sapere autentico nasceva dalla capacità di armonizzare forza e prudenza, conoscenza e responsabilità, libertà e limite. È significativo che proprio nel santuario di Delfi, centro spirituale del mondo ellenico, accanto al celebre “conosci te stesso” (gnóthi sautón), fosse inciso anche il monito “nulla di troppo” (medèn ágan). Quelle parole non esprimevano una rinuncia alla conoscenza, ma la necessità di impedire che il desiderio di potenza degenerasse in accecamento.
L’intuizione richiamata da Tonelli assume oggi un valore straordinariamente attuale. Il transumanesimo contemporaneo, nelle sue formulazioni più radicali, tende infatti a concepire il corpo umano come un supporto da correggere, potenziare o superare. La fragilità viene percepita come un difetto da eliminare; il limite biologico come un ostacolo tecnico; la morte stessa come un problema ingegneristico destinato, prima o poi, a essere neutralizzato. In questa prospettiva, la tecnica non appare più uno strumento al servizio dell’uomo, ma una nuova forma di redenzione secolarizzata, fondata sull’illusione di una perfezione ottenibile attraverso la sola potenza scientifica.
Eppure la storia insegna che ogni civiltà che abbia assolutizzato la propria forza sia andata incontro a crisi profonde. Il Novecento, con le sue tragedie totalitarie e con l’uso distruttivo della scienza nei conflitti mondiali, dimostrò quanto devastante potesse diventare una tecnica priva di orientamento etico. La razionalità separata dalla coscienza non produsse soltanto progresso: produsse anche alienazione, dominio e distruzione.
Per questo motivo il pensiero classico continua a conservare una funzione essenziale. Esso ricorda che la conoscenza, quando viene privata della saggezza, rischia di trasformarsi in una forza cieca. La tecnica, infatti, non è neutrale quando pretende di ridefinire integralmente il significato dell’umano. Ogni società che smarrisca il senso della misura finisce inevitabilmente per confondere la crescita della potenza con la crescita della civiltà.
La lezione greca, al contrario, suggerisce ancora oggi una diversa idea di progresso: non l’espansione illimitata delle capacità tecniche, ma la maturazione della coscienza. La sophrosýne, richiamata nella tradizione ellenica quale virtù della moderazione e del dominio di sé, indicava proprio la capacità di governare gli impulsi evitando gli eccessi. Era una forma di sapienza interiore che impediva alla forza di degenerare in violenza e alla conoscenza di trasformarsi in superbia.
In un tempo nel quale l’uomo rischia di diventare spettatore passivo delle proprie creazioni tecnologiche, il richiamo al “nulla di troppo” appare allora meno nostalgico di quanto alcuni possano credere. È, piuttosto, un principio di responsabilità. Significa ricordare che non tutto ciò che è tecnicamente possibile diventa automaticamente giusto, umano o desiderabile.
La vera modernità non consiste nel cancellare il limite, ma nel comprenderlo. È proprio il limite, infatti, a custodire la dignità dell’uomo, il senso della misura e la coscienza della propria condizione. Ed è forse questa la più alta eredità lasciata dalla Grecia antica: insegnare che la civiltà nasca quando la potenza accetta di essere guidata dalla compostezza della ragionevolezza.
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